Quando la letteratura cresce sugli orti

Puntata di Radio Terranave del 26/05/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Anna Quaranta per Tropico del Libro

lettruraleParliamo di letteratura, in particolare di quella letteratura che si occupa di un tema a noi molto caro: la cultura contadina. Lo faremo insieme a scrittori, a addetti ai lavori, e alla segreteria di un Premio che si occupa proprio di questo genere letterario.

Resto nuovamente sola e aspetto aspetto aspetto. Ho lo zoom pronto, faccio prove. Il campo è un mare di spighe che ho già ripreso dal basso e dall’alto, da vicino e vicinissimo, con il fiorellino e l’insetto, sul bordo o al centro, solennemente immobile e regale, o addolcito dal lieve movimento della brezza. A vederlo dall’altro è un meraviglioso manto omogeneo di cangiante tessitura biondo bronzea nel vasto e creativo guardaroba della Terra; la livrea dei cereali è l’abito più conforme, il sarto immortale che per lei ha ideato e cucito quella veste di frumento, di farro, di riso e persino di colza, fra tutti a mio parere, è stato il migliore.

Abbiamo tratto queste righe dalla quarta di copertina del libro di Anna Kauber, La Via Dei Campi edito da Maestri di Giardino ed è con lei che iniziamo questo viaggio nella letteratura che si occupa di cultura rurale. Architetto d’interni e paesaggista, Anna per la prima volta si è cimentata con questo testo nella scrittura di un libro.

Anna Kauber: «Da anni scrivo su una rivista piuttosto importante, che si chiama Rosa Nova, è una rivista di storia del giardino e arte del giardino e del paesaggio; piuttosto di nicchia, non viene venduta normalmente in edicola, solo in qualche libreria ma soprattutto su abbonamento. E quindi avevo già avuto l’esperienza della scrittura e non ho difficoltà. L’editore di questa piccola casa editrice (tanto piccola quanto meritoria) mi chiedeva da circa due anni di scrivere un libro su questo mio progressivo dirottamento sull’agricoltura: da cinque anni mi ero specializzata in paesaggio agrario. Si potrebbe aprire il capitolo del perché sono passata dai giardini, i parchi, da una visione quindi più piccola e forse più privatistica – il parco è pubblico ma appartiene sempre a qualcosa di locale – alla campagna…

Queste mie esperienze di agricoltura, di studio ma anche di frequentazione del mondo agricolo avevano determinato in questo amico, che è l’editore, giornalista e scrittore a sua volta, la ferrea volontà di avere da me questo libro. All’inizio dell’anno scorso mi chiama e mi dice che non posso dirgli di no: “mi devi scrivere un libro sulla tua esperienza in agricoltura”. Io gli ho detto che non se ne parlava: un conto è scrivere articoli, un conto è scrivere libri. Sono una lettrice accanita e ho troppa stima e troppa considerazione per la letteratura per cimentarmici. Alla fine mi ha confessato il perché: voleva che vincessi la prima edizione di un nuovo concorso, il cui bando era appena stato pubblicato.»

E così è stato: Anna Kauber ha partecipato e ha vinto la prima edizione del concorso “Parole di Terra”: l’unico contest letterario in Italia dedicato alla letteratura rurale, cioè quella saggistica e quella narrativa in cui si parla di cultura contadina, come fa il libro di Anna: una galleria di luoghi e ritratti umani legati al mondo della nuova agricoltura.

«Il titolo è assolutamente realistico: io sono andata sulle vie dei campi; caratterialmente ho la necessità di descrivere ciò che so, toccandolo con mano. Sicuramente gli studi fatti con i massimi studiosi di paesaggio agrario e antropologi mi hanno dato la preparazione intellettuale, ma teorica. Io sono cittadina, sono figlia di cittadini; dovevo per forza fare esperienza, era un imperativo morale, dovevo capire che cos’è il mondo rurale. E poi c’è la grande attrazione per coloro che hanno in mano le chiavi della nostra realtà, il paesaggio che i contadini hanno creato e continuano a creare è esattamente quello che ci circonda, quello dell’Italia. A loro, i custodi e numi tutelari del paesaggio, dobbiamo grande riconoscenza. Forte di questa attrazione e di questa voglia di confronto (mi sono sempre interessata al cibo, sin dagli anni Ottanta, quando ho iniziato a conoscere il cibo naturale, che poi ha preso il nome di cibo biologico), sono andata per i campi, anche perché volevo filmarli; ho iniziato ad estendere i miei racconti attraverso i due mezzi, lo scritto, e quindi la parola, e l’immagine – io sono anche video-maker. Documento quindi gli incontri con i contadini vecchi e nuovi attraverso questi due mezzi, li ho trasposti in scrittura e immagini.»

Anna Kauber ha fondato anche progetto “Articoltura”, dove arte e scienza si incontrano per narrare il mondo contadino.

«Secondo me Articoltura è in linea con la casa editrice Pentagora che ha istituito il premio Parole di Terra, che hanno dei meriti straordinari: danno la parola agli operatori e per toglierla un po’ al mondo puramente intellettuale – anche se comunque quest’ultimo resta indispensabile per poter tradurre certe cose. L’intento è davvero quello di dare la parola e la visibilità agli operatori. Noi parliamo sempre di più e con esagerazione di chef, masterchef, megachef, i nuovi guri dell’alimentazione che parlano e straparlano di tutto, con questo gran fiorire di ricettari; bisogna restituire la parola ai contadini e spogliare gli chef di quell’allure posticcia che gli è stata data e smetterla di continuare a parlare di cibo come se i contadini non esistessero. Parole di Terra privilegia lo spostamento dell’attenzione dalla pura accademia, dalla moda (e lo dico con la sofferenza di chi c’è dentro con la conoscenza e con il cuore) ai contadini, ai quali era doveroso restituire al parola. È una restituzione onesta e sincera, ma resta ancora una visione minoritaria, perché in occasione di grandi eventi sono sempre le solite persone a parlare, alcune delle quali continuano a essere numi tutelari, come Carlo Petrini (fondatore di Slow Food, ndr). Ma esistono piccole presenze in grado di parlare dei territori in maniera molto molto migliore rispetto a queste generalizzazioni e a questi massimalismi un po’ modaioli.

Abbiamo sentito la voce di Anna Kauber, che ci spiega come fuori dalle mode, dalle generalizzazioni, dalla superficialità e dalle facili parole d’ordine che sono oggi così tanto in voga, ci sono veramente questioni che è bene affrontare con profondità dando parola ai veri protagonisti. Stiamo quindi parlando di chi l’agricoltura la pratica nella quotidianità e la tocca con mano. Dello stesso avviso è anche Alessandro Marenco, scrittore, fornaio, con un interesse particolare per la storia dell’alimentazione e dell’agricoltura.

Alessandro Marenco: «Credo che dell’agricoltura si parli troppo spesso in una maniera troppo pittoresca e folclorica e molto poco per quanto riguarda la realtà contingente, attuale, dell’agricoltura. Spesso la parola “agricoltura” viene identificata col passato, un passato recente però anche mitico, dove la gente viveva con serenità e felicità questo lavoro dei campi oppure per altri versi con una realtà in cui è tutto molto facile, tutto molto buono, reso semplice dalle tecnologie e onesto nel profondo; ma sappiamo che in passato l’agricoltura era anche fatica o malattie professionali durissime o condizioni di vita pessime e oggi allo stesso modo esiste un’agricoltura di massa, industriale che è fatta per perseguire soprattutto il profitto. Il modo che abbiamo di vedere l’agricoltura riguarda l’agricoltura e l’agricoltore nelle sue dimensioni più umane, più piccole, e il livello di relazione che c’è tra l’uomo e la terra, le persone e il lavoro che si fa sulla terra. Quindi l’agricoltura non è solto una questione di agricoltura in sé ma in quanto società agricola, società rurale.»

Esiste un filone che possiamo definire di letteratura rurale?

«Non vedo questo filone ancora realizzato. Ci sono diverse case editrici che si occupano di ruralismo e ruralità, ma non in maniera diffusa e credo che Pentagora, la casa editrice di cui faccio parte, abbia iniziato con serietà questo percorso, nel riunire autori e prodotti culturali in genere che hanno a che fare con la ruralità, con l’agricoltura, tanto dal punto di vista agronomico quanto dal punto di vista più narrativo, anche poetico se vogliamo.»

Era come se qualcuno avesse versato un barattolo di miele sulle strade, sui tetti, sulle rampe autostradali, sugli incroci ancora trafficati, sui cartelloni sbiaditi, tra le piante stente dei giardinetti sui tetti delle case, come se quel miele tiepido, disperso in aria calda, fosse rimasto sospeso a due metri dal suolo formando uno strato diafano, luminoso, irrespirabile, eppure il sole riusciva a forarlo e proiettava ombre ben definite e cortissime. All’ora del pranzo nessuno osava muoversi, solo chi possedeva il condizionatore sull’auto; solo alcuni operai affranti sui camioncini stinti e rugginosi ; solo qualche anziano indefesso abitudinario diretto verso l’oasi del piccolo parco pubblico asfittico, terroso ma ombratile. Con lo stesso passo di un dromedario assetato camminava lento, portandosi appresso le braghe scure, la camicia abbagliante, le larghe bretelle, il cappello di paglia, lasciando appartamento ben peggiore da sopportare che il cammino e la stazione sulla solita panchina verde.

Questo è l’inizio del libro scritto da Alessandro Marenco per Pentagora Edizioni, dal titolo Rosso Cadmio 524 – Storia degli Orti di periferia come luoghi di resistenza umana. Ma di questo lasciamo parlare Marenco stesso:

«Più nello specifico racconto la relazione tra i pensionati e l’agricoltura familiare: nel senso che si tratta di un gruppo di persone anziane che si ritrovano a coltivare una serie di orti di periferia e riscoprono la vita più autentica, fatta di relazioni sociali, non più la solitudine e la desolazione dei grandi condomini cittadini, ma una dimensione più umana; all’interno di questo riscoprono anche delle vecchie abitudini, ma riscoprono soprattutto il contatto diretto con il territorio e questo contatto li porta anche in contrasto coi piani “immobiliari” della politica locale, sempre piuttosto impegnata a trovare territorio nuovo da consumare. Questo è un problema molto attuale: abbiamo letto che abbiamo un consumo del territorio enorme, terribile, dovremmo riuscire a fare argine anche su questo.»

Quando hai scritto questo libro, ti sei immaginato a chi fosse rivolto o non c’hai proprio pensato?

«Scrivo per me in prima istanza, perché non so mai se arriverò alla pubblicazione. Siccome sono uno psicotico, uno psicopatico della scrittura, nel senso che scrivo in maniera compulsiva e molto e spesso anche senza avere un fine. Ho iniziato a scrivere per il piacere di raccontarmi una storia. Poi a un certo punto la storia prende la mano, prende la strada per conto suo, ed ecco che avendo amicizie, conoscenze a cui far leggere questo libro, finisce per essere oggetto di curiosità da parte di un editore come Massimo Angelini che ha voluto provare, ha voluto sperimentare… diciamo così.»

Hai altri libri nel cassetto? Sei uno scrittore compulsivo quindi ne avrai molti… c’è qualche progetto di cui ci vuoi parlare, che forse è prossimo alla stampa?

«Sono compulsivo ma sono anche molto disordinato per cui è tutto molto frammentato; e poi ho smesso di fare l’operaio, cosa che mi dava molto tempo libero e ho iniziato a fare il fornaio per cui ho veramente poco tempo e riesco a gestirlo male. Ho cento questioni del cassetto e molti amici che mi chiedono di continuare Rosso Cadmio con la seconda puntata… potrebbe essere un’idea.»

Lo abbiamo citato all’inizio, si tratta del “Premio nazionale di letteratura rurale Parole di Terra”, da assegnare a opere edite o inedite di saggistica o narrativa dedicate al mondo rurale, in particolare alla cultura contadina. Indetto dalla Pentagora edizioni, il Premio ha oggi aperto la sua seconda edizione. Noi ne abbiamo parlato con Crisitna Parodi, dell’organizzazione del premio:

Cristina Parodi: «C’è stata la sperimentazione, l’anno zero, l’anno scorso e quest’anno siamo giunti alla seconda edizione anche premiati dalla grande partecipazione di pubblico e anche di partecipanti scrittori e aspiranti scrittori.»

Com’è nata questa idea?

«L’idea è nata da alcuni amici che da un po’ di anni si occupano a vario titolo del mondo rurale, e da lì hanno coinvolto altri amici e altri amici hanno coinvolto altri amici e parlandone ci siamo accorti che un vero premio di letteratura rurale mancava e che forse era giunto il momento di colmare questo vuoto. Si è partiti e c’è stata un’ottima risposta.»

Quante persone hanno partecipato lo scorso anno?

«Tra editi e inediti ci sono stati circa quaranta invii di materiale di produzione tra saggistica e narrativa. Anche quest’anno ci sono due sezioni, abbiamo diviso tra saggistica e narrativa e ovviamente siamo aperti a opere già pubblicate da case editrici, oppure opere inedite, i classici libri nel cassetto che uno tiene, magari scritti per i nipoti; parlando di tema rurale, molti ci hanno inviato le loro memorie, il loro modo di lavorare, quindi c’è spazio per tutti.»

La Pentagora Edizioni che promuove il Premio è molto attenta alle tematiche rurali. Com’è il panorama italiano fuori dalla casa editrice rispetto a questo filone della letteratura?

«Girando e vedendo le proposte di altre case editrici, per la partecipazione al premio, ci siamo accorti che c’è molto interesse legato sia al mondo rurale che alla coltivazione della terra, del giardinaggio, della rivalutazione dei giardini; molte case editrici si sono aperte a questo nuovo settore; ce ne siamo accorti ricevendo molte opere già edite.»

Ti chiediamo di darci qualche informazioni in più rispetto al Premio

«Sul sito della casa editrice www.pentagora.it c’è una sezione dedicata al Premio Parole di Terra dove è possibile scaricare il modulo; per l’iscrizione c’è tempo fino al 30 giugno; si invia la domanda di partecipazione con tutti i dati e per le opere edite richiediamo tre copie cartacee, mentre per quelle inedite una copia in pdf».

Puntata di Radio Terranave del 26/05/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Anna Quaranta per Tropico del Libro

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Un pensiero su “Quando la letteratura cresce sugli orti”

  1. Ho partecipato alla prima edizione del premio con l’opera inedita “la luce su in paese”, vincitrice della sezione narrativa. Posso confermare la serietà dell’iniziativa e la professionalità della casa editrice Pentagora.

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