Online la Digital Public Library of America, che vuole superare Google e Wikipedia

Digital Public Library of America, domani il lancio in sordinaAnnullate le celebrazioni a Boston, si terrà ugualmente oggi, 18 aprile, il lancio ufficiale della Digital Public Library of America. Fra paragoni con Google e polemiche sulla condizione delle biblioteche “normali”, ecco come si sta sviluppando l’ambizioso progetto della prima biblioteca digitale nazionale degli Stati Uniti

Sembra destinata a essere mantenuta la promessa della creazione della prima biblioteca digitale nazionale degli Stati Uniti, annunciata entro la primavera del 2013. Oggi, 18 aprile, è previsto il lancio ufficiale della DPLA (Digital Public Library of America), progetto concepito e portato avanti da una commissione di accademici statunitensi. L’evento avrebbe dovuto essere accompagnato da una cerimonia di presentazione negli edifici della Boston Public Library, ma ora, dopo i tragici accadimenti che hanno colpito la città, le celebrazioni sono state rimandate a data da destinarsi. «Non dispongo ancora dei dettagli esatti», scrive il direttore esecutivo Dan Cohen, «ma abbiamo già iniziato a pianificare un evento ancor più grande per l’autunno, che metterà in risalto la nostra continua crescita via via che emergiamo dalla fase beta, e che potrà anche servire come prima edizione della nostra annuale DPLAfest.»

L’idea di un centro nevralgico capace di collegare gli utenti degli Stati Uniti con le collezioni digitalizzate di tutto il Paese nasce nell’ottobre del 2010, durante un incontro presso il Radcliffe Institute, l’istituto di Harvard dedicato allo studio e alla ricerca avanzata. In quell’occasione, quaranta rappresentanti di fondazioni, istituti di ricerca, biblioteche e organizzazioni culturali e governative iniziano per la prima volta a discutere l’approccio migliore per la creazione di una biblioteca digitale nazionale, sul modello dell’Europeana e dell’australiano Trove Project. La Digital Public Library of America si propone dunque di «rendere disponibili gratuitamente a tutti gli americani le collezioni delle biblioteche di ricerca, degli archivi e dei musei degli Stati Uniti». Nel dicembre dello stesso anno, il Berkman Center for Internet and Society dell’Università di Harvard inizia a lavorare alla realizzazione del progetto, col sostegno economico della Alfred P.Sloan Foundation e di altre fondazioni private. Oggi, dopo tre anni di gestazione, la DPLA può già contare su una base di quasi due milioni di documenti digitalizzati, messi a disposizione da istituzioni (definite “content hubs”, “fulcri di contenuti”) come il museo Smithsonian, la National Archives and Records Administration, la Harvard University Library e la New York Public Library, oltre a varie altre biblioteche sparse per gli Stati Uniti (brilla per la sua assenza, finora, la Library of Congress). Tutte, grazie all’intervento dei “service hubs”, gli aggregatori regionali della DPLA, diverranno gratuitamente accessibili alla popolazione americana e in futuro, già si prevede, a quella mondiale.

Ma il progresso di quella che Robert Darnton, storico di Harvard fra i promotori del progetto, ha definito «la realizzazione delle due correnti che hanno dato forma alla civiltà americana: l’utopia e il pragmatismo» rischia ancora di incontrare qualche ostacolo, soprattutto di natura legale. Le leggi sul copyright statunitense potrebbero infatti impedire l’archiviazione di tutti i documenti pubblicati dopo il 1964, di gran parte di quelli usciti dopo il 1923 e persino di alcuni risalenti a prima del 1873. Sempre secondo Darnton, alcune nuove sentenze lasciano sperare che l’eccezione sul “fair use” possa applicarsi, per scopi didattici, a contenuti di più recente pubblicazione. E anche la posizione di editori e autori rispetto al progetto è ancora tutta da verificare, benché la DPLA, almeno per il momento, preveda di escludere i testi ancora sul mercato, concentrandosi su un composito insieme di manoscritti, fotografie, opere artistiche e documenti rari. È noto come proprio le controversie legali sul diritto d’autore abbiano significativamente frenato lo sviluppo dell’ambizioso progetto Google Books, il “cervello mondiale” a sua volta nato in collaborazione con alcune grandi biblioteche americane.

Va da sé che, fra la biblioteca universale sognata da una commissione di accademici e il progetto di Google, snaturato lungo la strada dalle dispute sul copyright, vi sono alcune fondamentali differenze. Innanzitutto, nel caso della DPLA, i contenuti rimarranno custoditi nei server di ciascuna istituzione competente, e la biblioteca si limiterà a collaborare con i partner nel processo di scansione e catalogazione dei materiali ancora in analogico, assicurandosi che i metadati possano essere fruibili dal suo portale centrale. E poi, altro fatto significativo, il database è fortemente virato a consentire agli utenti di interagire offrendo, ovunque possibile, una licenza Creative Commons Zero per la creazione di nuovi contenuti a partire dai metadati a disposizione (le condizioni di riutilizzo dei documenti veri e propri verranno invece stabilite da ciascuna istituzione).  I contenuti originali, a loro volta, saranno resi liberamente disponibili: un principio che incoraggia, in un certo senso, il paragone fra la DPLA e Wikipedia, anche qui con le differenze del caso.

Il prestigio dei partner della DPLA, infatti, dovrebbe renderla una fonte di informazioni più completa e affidabile sia di Google che della celebre “enciclopedia libera”: «Credo che parecchi dei nostri risultati non potrebbero essere rintracciati mediante una ricerca su Google» ha spiegato ancora Dan Cohen, aggiungendo che, con l’avvento della DPLA, anche «Wikipedia diverrà una fonte secondaria», la quale potrebbe tuttavia rivelarsi «un ottimo partner». La parola d’ordine sembra infatti essere “collaborazione”: uno dei primi progetti in questo senso, realizzato proprio insieme a Europeana, raccoglierà documenti sul tema dell’emigrazione europea negli Stati Uniti durante il XIX e XX secolo. Un primo assaggio della possibile espansione mondiale del programma.

Infine, affinché la DPLA possa realizzare il servizio capillare che si propone, sarà necessario che le biblioteche degli Stati Uniti (e del mondo) investano nel digitale, per poter costituire gli “hubs” indispensabili al funzionamento di questo ambizioso progetto. Non sono mancate, in questo senso, le polemiche di chi ha vivamente esortato i creatori della DPLA a preoccuparsi anche della situazione delle biblioteche pubbliche statunitensi, in gran parte ancora incapaci di soddisfare la richiesta digitale dei lettori, e di quelle scolastiche, massacrate dai tagli. Realtà altrettanto importanti per la concretizzazione di quel «libero flusso di idee» che Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, padri della patria citati da Darnton nella sua presentazione del lancio, consideravano fondamentali per la salute della Repubblica.

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