TQ | generazione costretta ad essere "quasi adulta"

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Generazione TQ è un gruppo informale di persone che lavorano in ambito editoriale (inizialmente almeno, poi si è allargato a tutti i lavoratori cosiddetti della “conoscenza“), nato da un nucleo di nomi più noti (definiti “primi firmatari“) e che si propongono non solo di scardinare l’ecosistema editoriale basato sui favori tra conventicole e sullo sfruttamento della “manodopera appassionata”, ma anche di riflettere, e se possibile incidere, sulla società nel suo insieme.

TQ è nata dopo un incontro di oltre cento invitati presso la sede della casa editrice Laterza di Roma, a fine aprile 2011, in risposta ad un appello di Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia e Giorgio Vasta.

siamo soprattutto cittadini che si occupano (e preoccupano) di pratiche culturali, nuovi media, istruzione e ricerca, spazi pubblici, questioni di genere e diversità culturale

La prima cosa da fare per cominciare a conoscerli è leggere il loro manifesto sull’editoria.

Una parentesi sul nome. TQ sta per “trenta-quaranta”, che non è solo la fase della vita biologica in cui i TQ si trovano al momento. Scelta da molti criticata, e da alcuni TQ rivendicata come stigmatizzazione di una «scissura generazionale» e tentativo di cucire un «racconto comune»: consapevoli del fatto che «essere giovani non vuol dire più essere plastici, mobili, disposti a trasformarsi, a crescere; ma permanere in un’età di mezzo in cui la gamma delle possibilità esistenziali, sociali, affettive, si rinnova di continuo senza mai acquistare una sua densità».

Quando si parla di movimenti, associazioni, coordinamenti, reti, gruppi… si parla di persone. Ognuno si fa, di un gruppo, un’idea che è strettamente legata ai membri con cui è venuto in contatto più o meno diretto. È per questo, per una questione di simpatia/antipatia personale che, solitamente dopo una prima fase di entusiasmo (amiamo tutti le persone che si fanno carico dei nostri problemi), subentra fisiologicamente una fase di scetticismo, se non di rifiuto. Le critiche che vengono più spesso mosse ai TQ sono le stesse che vengono rivolte agli occupanti del Teatro Valle: di voler buttar giù dalle poltrone l’intellighenzia italiana, per occuparle loro stessi; di essere un gruppetto chiuso di amici e conoscenti in cui è difficile entrare; che nel gruppo sono più visibili le persone affette da protagonismo. È tutto vero. Ma è solo una piccola parte della verità, a ben vedere. La mancanza di perfezione è inevitabile, come è lodevole chi riesce ad andare più in là, avventurandosi negli interstizi tra il detto e il fatto, per sondarli.

Altra condivisibile critica è sulla vaghezza degli intenti e sull’opportunità di stilare un manifesto. Ma teorizzare serve, e stilare regole etiche a cui attenersi funge da esempio e punto di riferimento. Si consideri che non tutti hanno platee pronte ad ascoltarli, né la voglia di calcare un palco. Queste persone possono trovare espressione in un movimento. E se si considera un manifesto come un’operazione di marketing, ben venga il marketing volto a diffondere il più possibile le buone pratiche. La Fondazione Teatro Valle Bene Comune non sarebbe possibile senza un ufficio stampa coi fiocchi e dei nomi altisonanti a presidiare simbolicamente gli ingressi. Si può evitare che sia così? No. Per arrivare alle idee dobbiamo passare dalle persone.

Se non usciamo dai particolarismi noi stessi, dalla nostra visione soggettiva che ragiona per simpatie e idiosincrasie – io ad esempio ho una certa fobia irrazionale per gli insiemi di individui che si danno un nome – come possiamo imputarli a chi, almeno nominalmente (ma di tanto in tanto fattivamente) si adopera per superarli?

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