Progetto LIA #1: storia

Da dove viene e dove va il progetto LIA, il cui scopo è «aumentare la disponibilità sul mercato di prodotti editoriali accessibili per le persone non vedenti e ipovedenti»?
Lo abbiamo chiesto ai suoi responsabili e ad alcuni che vi hanno aderito o ne sono osservatori interessati.

Abbiamo suddiviso l’approfondimento in tre parti:
#1: “Storia”
#2: Opinioni
#3: “Intervista all’AIE

SI PARTE DALLA STORIA

Nel giugno 2013 il progetto LIA è giunto nella fase di rilascio dei risultati prodotti, dopo due anni e mezzo di lavoro preparatorio. L’annuncio ufficiale della messa online dei titoli sul sito Libriitalianiaccessibili.it è stato dato alla Camera dei Deputati il 18 giugno scorso. Ora gli restano alcuni mesi per completare la missione di cui si è fatto carico, dopodiché a fine anno giungerà a formale conclusione. Affidato all’AIE (candidatasi attraverso la sua società di servizi Ediser), si avvale di numerosi partner e soprattutto di un finanziamento del Mibac di 2.750.000 euro. Il progetto sta riscuotendo significativi consensi a livello internazionale e nazionale, anche se da noi qualche critica si è levata. La grande sfida del progetto è quella di superare il concetto di accessibilità relativa a determinate categorie di fruitori dei contenuti editoriali, in questo caso le persone con disabilità visive, per approdare alla messa a punto di un flusso di lavoro, messo a regime dai singoli editori, finalizzato a immettere nei circuiti distributivi libri che siano semplicemente accessibili per tutti. Come dichiarato alla sua partenza il progetto LIA intendeva farlo attraverso una infrastruttura tecnologica “unica per la sua completezza e livello di integrazione”, articolandosi in una fase di studio seguita da quella operativa necessaria a completare il catalogo dei libri accessibili richiesti dal decreto. Questo obiettivo finale è stato illustrato alla Fiera di Francoforte lo scorso ottobre da Cristina Mussinelli, responsabile del progetto per l’AIE, con l’ausilio di queste slide riassuntive. Il marchio distintivo dei libri accessibili partoriti dal progetto sarà un bollino di garanzia chiamato proprio LIA. Ogni ulteriore dettaglio sul progetto è disponibile nel sito web dedicato a raccontare le modalità e i partner scelti per la sua realizzazione.

L’obiettivo è chiaro ma la nostra impressione è che del LIA ne sappiano tutti un po’ poco, anche gli editori aderenti. Per cercare di fare un po’ alla volta chiarezza siamo prima di tutto partiti alla ricerca delle sue origini, per capire da quali istanze ha avuto origine il decreto che lo ha scelto tra i tanti progetti candidati.
Lo abbiamo fatto leggendo vecchi documenti, ascoltando pareri, tornando alfine al presente grazie a una lunga chiacchierata con Piero Attanasio, uno dei responsabili del progetto per l’AIE, il quale ha accettato di confrontarsi apertamente anche sulle critiche. Ad aiutarci nell’esplorare una materia fino a oggi a noi ignota sono stati i contributi dei molti intervistati, alcuni dei quali preferiscono non essere citati, e il ruolo di primo cicerone svolto da Donato Taddei, informatico, non vedente, dipendente Inps presso la sede regionale di Napoli, da anni impegnato sul tema dell’accessibilità di cui può essere ritenuto un esperto (questo suo “Punto sull’accessibilità dei contenuti e delle applicazioni web e non solo” è ospitato come manuale nella rete intranet Inps).

ACCESSIBILITÀ E LIA, BERSAGLI IN MOVIMENTO

Prima di tutto un’avvertenza: la difficoltà di questa ricerca risiede nella instabilità della materia obiettivo di osservazione, dovuta al continuo mutare della tecnologia su cui deve puntellarsi un progetto che si ponga come fine l’accessibilità. Per capire meglio come tutta la questione sia difficile da catturare in una foto nitida, basti dire che il LIA non è più nemmeno quello stesso identico progetto che, visionato dalla commissione ministeriale, venne scelto per il finanziamento previsto dal Decreto Rutelli del 18 dicembre 2007 “Modalità di accesso ai finanziamenti in favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti” (GU Serie Generale n. 82 del 7/4/2008). Infatti, come spiegherà meglio nella terza parte di questo articolo Piero Attanasio, in accordo con il Mibac esso ha subito delle modifiche e riadattamenti al momento di essere messo in opera.

Ma cosa si intende, anzi si intendeva allora, con il termine “accessibilità”? Un necessario punto di appoggio per averne una definizione lo si può rintracciare nell’allora vigente Legge n. 4 del 9 gennaio 2004 “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici” (la cosidetta Legge Stanca, dal nome del firmatario). All’art. 2 si definisce “accessibilità” «la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari». A integrazione si chiarisce che “tecnologie assistive” sono «gli strumenti e le soluzioni tecniche, hardware e software, che permettono alla persona disabile, superando o riducendo le condizioni di svantaggio, di accedere alle informazioni e ai servizi erogati dai sistemi informatici».
I provvedimenti tecnici da applicare per rendere effettiva la legge sono chiariti dal Decreto Ministeriale 8 luglio 2005 “Requisiti tecnici e i diversi livelli per l’accessibilità agli strumenti informatici”.

NEL 2007 STANZIATI 2.750.000 EURO PER L’EDITORIA «SPECIALE»

Il Decreto Rutelli si richiamava a quanto dettato nello stesso anno dalla Legge Finanziaria 2007 in tema di contributi all’editoria e alla sua previsione di spesa relativa al «fondo in favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti» del valore di 2.750.000 euro. Prevedeva di assegnare il finanziamento al progetto, tra quelli presentati, che fosse stato giudicato il più «efficiente ed efficace» rispetto agli obiettivi. A candidarsi potevano essere «case editrici o altri soggetti», anche in forma congiunta, e a valutare i progetti sarebbe stata una commissione istituita appositamente presso il Mibac.

La loro selezione doveva essere effettuata sulla base degli indicatori previsti dall’art. 5:

  • non meno di 3000 titoli l’anno messi a disposizione degli utenti aventi diritto, corrispondenti alle novità librarie così ripartite: 2.000 di autore italiano, 500 di autore non italiano, 500 da fornirsi su richiesta degli utenti;
  • criteri di selezione delle novità librarie messe a disposizione degli utenti;
  • modalità di distribuzione dei file agli utenti che dovrà comprendere la distribuzione attraverso supporto fisico e per servizio postale e/o ulteriori modalità che rispondano alle principali richieste degli utenti;
  • varietà dei formati di file resi disponibili che dovranno comunque comprendere quelli di tipo testuale e tali da garantire la piena interoperabilità tecnica con la migliore tecnologia disponibile idonea alla fruizione per i soggetti ipovedenti e non vedenti;
  • tempi di messa a disposizione dei file agli utenti di massimo 72 ore dalla prima messa a disposizione del pubblico.

Quest’ultima “clausola” era stata fortemente voluta da Paolo Pietrosanti, esponente del Partito Radicale, tra coloro che con maggiore perseveranza avevano invocato il Decreto da un Governo ormai dimissionario: Francesco Rutelli lo firmò infatti poco prima di dover lasciare l’incarico di ministro. Il suo desiderio era che si rompessero le barriere che separavano le persone con disabilità visive da una libera fruizione dei libri anche attraverso il formato digitale. Va qui ricordato che la messa a punto di una versione accessibile necessitava allora di tempi lunghi e richiedeva costi ingenti, ad esempio per la trasposizione in braille. Da questo articolo su PuntoInformatico dell’aprile 2008 si può capire meglio il suo punto di vista; qualche anno prima un suo tentativo di sensibilizzare sulla questione attraverso il rilascio di una copia digitale non autorizzata a basso prezzo della nuova uscita di Harry Potter lo aveva fatto finire in tribunale. Donato Taddei ci ricorda che «Pietrosanti era animato dalla convinzione che poiché i libri nascono come file non c’è ragione perché un cieco non debba poterli leggere subito, e debba invece aspettare anni e anni che le istituzioni dedicate, con alcuni milioni all’anno di finanziamento statale, provvedano alla loro stampa in formato braille, peraltro coprendo alla fine sì e no l’1% dell’offerta libraria annua».

Proprio Taddei aveva effettuato nel 2006 un’accurata analisi dei contributi pubblici all’editoria e della loro effettiva utilità con particolare attenzione a quelli destinati proprio all’accessibilità per i disabili visivi, invocando che «se parte di tali risorse venissero direttamente erogate agli editori in cambio del prodotto digitale strutturato secondo uno standard accessibile, non sarebbe poi più necessario digitalizzarlo e in capo a qualche anno si disporrebbe di una quota del patrimonio culturale già digitalizzata e senza barriere». Il provvedimento firmato da Rutelli andava incontro proprio a queste istanze.

INTERROGAZIONI SULLA LUNGA ATTESA

Una volta pubblicato il Decreto, non restava che attendere i progetti candidati e poi destinare il finanziamento a quelli scelti. Solo che qualcosa nel meccanismo si inceppò. La commissione non eleggeva alcun vincitore e per capire cosa stesse accadendo e smuovere la situazione fioccarono le interrogazioni parlamentari.

Senza citarle tutte, nel dicembre 2008 ne furono artefici Donatella Poretti (PD) e Marco Perduca (PD) e la risposta dell’allora ministro Bondi, arrivata il 15 gennaio 2009, permette di ricostruire una prima sequenza di avvenimenti: la commissione era stata istituita il 16 settembre 2008 e la sua prima riunione aveva avuto luogo il 22 ottobre dello stesso anno presso la sede del Cepell. I 13 progetti pervenuti in risposta al Decreto erano però ancora in corso di valutazione.

A un anno di distanza, il 6 aprile 2010, Bondi è costretto a rispondere a una nuova interrogazione parlamentare, stavolta da parte di Alessio Butti (PDL), dato che nel frattempo la commissione non si è ancora pronunciata. Si apprendono in questo modo nuovi dettagli sui lavori in corso da parte della commissione: «a causa delle dimissioni di alcuni componenti nel periodo compreso tra i mesi di febbraio e marzo 2009, la sua composizione è stata modificata con un ulteriore decreto ministeriale datato 8 maggio 2009». Come ulteriore ostacolo si legge che «nel corso di svolgimento dei lavori è stata sollevata, nella riunione del 7 luglio 2009, una questione giuridica in relazione alla quale si è resa necessaria l’acquisizione di un parere dell’Ufficio legislativo del Ministero». Scopriremo tra poco di cosa si trattava. In ogni caso, nonostante gli intoppi, la risposta di Bondi prosegue garantendo una imminente conclusione del procedimento, poiché la fase di valutazione dei progetti è terminata il 2 dicembre 2009.

Poiché l’annuncio non arriva, le interrogazioni continuano a piovere: Emerenzio Barbieri (Pdl), Maria Antonietta Farina Coscioni (Pd), Leoluca Orlando (Idv), ai quali Bondi fornisce la stessa risposta. Si mobilita anche un gruppo di “Cittadini con disabilità”, tra cui lo stesso Paolo Pietrosanti.

Ma è solo il 28 giugno 2010 che Bondi, in risposta all’interrogazione di Antonio Borghesi (Idv) annuncia che la commissione ha ritenuto «meritevoli di essere ammessi al finanziamento tre progetti su dieci in quanto “presentano elementi e caratteristiche innovative e funzionali così come previsto dall’articolo 4, comma 1, del decreto ministeriale 18 dicembre 2007”. In particolare sono stati ritenuti ammissibili i progetti “Leggere tutti (Unione Italiana Ciechi)”, “Lia – Libri italiani accessibili (Ediser)” e “Inclusione (Et Al)”». La risposta si conclude annunciando ancora una volta come imminente la conclusione del provvedimento.

LA MANCATA TRASPARENZA DEL PROCESSO DI SELEZIONE

Tutto risolto? Purtroppo no, perché ancora una volta non segue alcun annuncio relativo all’assegnazione del finanziamento.

Per quale motivo? Non risulta chiaro. Per provare a capirlo ritorna utile ancora una volta la testardaggine di Paolo Pietrosanti che nel frattempo chiede di visionare i verbali delle commissioni. La sua paura è che il finanziamento decada, come accadrebbe se non venisse assegnato entro la fine di quell’anno. Non senza difficoltà Pietrosanti riesce ad accedere a quei documenti, di cui fa un resoconto dettagliato e appassionante. Nota che purtroppo non vi sono stati allegati i progetti in gara, i quali quindi non possono essere riscontrati con quanto viene scritto al loro riguardo.

Ecco in che modo furono scremati i 13 progetti partecipanti, come ci riporta Pietrosanti dall’analisi dei documenti che consultò:

«La commissione passa all’esame, e un primo screening fa escludere la stamperia di Catania e le edizioni Marcovalerio per non avere indicato nel progetto la capacità produttiva e la motivata previsione del numero di titoli, come richiesto dal bando. Rimangono dunque in ballo 11 progetti. Tra questi però quello della Ediser (la società di servizi dell’AIE) viene fatto passare alla fase successiva solo con riserva. Infatti, nel progetto Ediser mancava la indicazione del costo dei diritti d’autore, cioè il progetto non indicava quanto denaro sarebbe stato speso per acquistare i diritti d’autore delle 3000 opere, indicazione che invece tutti gli altri progetti contenevano. A questo punto rimangono in ballo la Ediser con riserva, e altri 10 progetti tra cui quello della Biblioteca di Monza e quello dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti. Su Ediser si interpella l’ufficio legislativo che si esprime per l’ammissibilità di Ediser e del suo progetto, ritenendo legittimo che gli editori associati nell’AIE imputino i libri a titolo gratuito alla loro società di servizi, essendone titolari. L’ulteriore screening, cioè la sottoposizione dei progetti ad esame secondo ulteriori requisiti fissati dal bando, fa sì che rimangano in ballo 3 progetti: quello della Unione Italiana Ciechi, quello della Ediser, quello dell’editore Et Al».

E qui si ritorna a quanto aveva detto Bondi, all’ammissibilità di tre progetti tra quelli presentati, ma adesso occorre capire quale fu l’ulteriore ostacolo a una conclusione dato che tutti e tre i progetti erano stati ritenuti ammissibili al finanziamento. Sentiamo come prosegue Pietrosanti nel suo articolo:

«La commissione trasmette l’esito alla responsabile del procedimento. Di fronte all’impossibilità di individuare un vincitore, essendo stati i tre progetti valutati come adeguati dalla commissione, cioè pienissimamente e parimenti rispondenti al bando, e chiedendo ciascuno dei tre progetti la somma totale di 2.750.000 euro, la responsabile del procedimento sottopone il problema al capo di gabinetto. Dal capo di gabinetto giunge alla commissione la richiesta di dare anche una valutazione ponderata e comparata dei progetti, così da rendere possibile il dare attuazione concreta al bando. Siamo al 29 marzo [2010]. La commissione non valuta, e conferma la sua decisione, l’esito del suo esame. La decisione è stata quindi precisamente: non valutiamo altro che i requisiti tecnici, tra i tre progetti migliori non è stato possibile individuarne uno che fosse il migliore».

LA SCELTA DEL PROGETTO LIA

In extremis, successivamente a questa ricognizione dei verbali da parte di Petrosanti, la situazione si sblocca e a inizio novembre sul sito del Mibac viene dato questo annuncio: «La Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il Diritto d’Autore comunica che il 25 ottobre 2010 si è conclusa la procedura per la concessione dei finanziamenti destinati in favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti di cui al D.M. 18 dicembre 2007. Ai fini della concessione di tali finanziamenti è stato selezionato da un’apposita Commissione il progetto “LIA” (Libri Italiani Accessibili), presentato dalla società Ediser S.r.l. di Milano» (per il pdf del documento ufficiale firmato dall’allora direttore della DGIBD Maurizio Fallace cliccate qui).

Gli osservatori tirano un sospiro di sollievo, condito dal malumore di chi ha perso la gara. In un articolo polemico sul suo blog Livio Mondini annuncia la vittoria del progetto LIA e all’interno linka il testo integrale del suo progetto, che era tra i 3 in lizza fino all’ultimo; Donato Taddei scrive una lettera aperta alle case editrici partecipanti al LIA, auspicando che possano proporre sistemi di gestione del DRM compatibili con le deroghe al diritto di autore previste dal DLGS 9 aprile 2003, n. 68. Interviene anche Alfio Desogus, presidente della FISH Sardegna (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), anche se la sua paura che il progetto non avviasse la creazione di libri in formato digitale accessibile appare come il frutto di una erronea interpretazione.

Resta la legittima curiosità di cosa accadde, in che modo la situazione venne sbloccata? Non essendo purtroppo possibile una risposta certa, riportiamo questa interpretazione che ci ha rilasciato Taddei, il quale seguiva molto da vicino quelle vicende:

«Pietrosanti fece appello con tutte le sue forze al presidente dell’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UIC) per non perdere questa opportunità. A sua volta l’UIC fece pressione sul Ministero dei Beni Culturali affinché tra i tre progetti prima selezionati e giudicati comunque impraticabili ne fosse scelto uno per non perdere il finanziamento, ponendo sul piatto una convenzione già esistente da parecchi anni con l’AIE che si impegnava a passare gratuitamente alle istituzioni dei ciechi, come la Biblioteca Italiana per Ciechi (BIC) Regina Margherita di Monza, le opere per il riadattamento a favore di questi disabili. In questo modo sembrava chiudersi il cerchio attraverso una collaborazione tra le associazioni dei disabili e la maggior organizzazione datoriale degli editori. In pratica quella che era una convenzione tra privati viene istituzionalizzata come un progetto finanziato con denaro pubblico».

Anche per comprendere questa spiegazione di Taddei, prima di procedere è interessante fare un ulteriore passo indietro alla ricerca dei predecessori del Decreto Rutelli, cioè delle norme e degli stanziamenti a favore dell’editoria destinata ai non vedenti.

FINANZIAMENTI PUBBLICI E ACCORDI PRIVATI SULL’EDITORIA SPECIALE

Avventurarsi nei finanziamenti pubblici è sempre insidioso, in quanto difficile è verificarne l’effettiva destinazione e rischioso dare ascolto alle polemiche sulla loro spartizione. Proviamo comunque a compiere un rapido excursus nelle normative vigenti a sostegno dell’editoria speciale, anche per far notare la particolarità costituita dal Decreto Rutelli.

Fino ad allora si avevano la Legge n. 67 del 25 febbraio 1987, che al punto 5 dell’art. 28, prevede un «contributo straordinario di 500 milioni annui da destinare interamente allo sviluppo e distribuzione dell’editoria speciale periodica per non vedenti, prodotta con caratteri tipografici normali, su nastro magnetico e braille», e il Decreto legge n. 542 del 23 ottobre 1996 (convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 649 23 dicembre 1996) che all’art. 8 riserva un contributo annuo di un miliardo di lire per il 1994 e 950 milioni a decorrere dal 1995 all’editoria speciale periodica per non vedenti; questo contributo viene convertito in 1 milione di euro annui dalla Legge n. 266 del 23 dicembre 2005, all’art. 1, comma 462. Vi sono poi i contributi destinati specificamente alla Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” di Monza, continuamente rinnovati e riadeguati negli anni da successivi provvedimenti legislativi. Tali finanziamenti non hanno mancato di suscitare polemiche, relative ad esempio alla destinazione commerciale dei prodotti editoriali generati dai finanziamenti e al loro costo: in occasione di un aumento di tali finanziamenti fu Davide Cervellin del Centro Efesto a porre la questione della loro utilità. Facciamo menzione della circostanza perché il progetto LIA a nostro avviso potrebbe significare un superamento della necessità di tali finanziamenti ad hoc, come diciamo poco più sotto in questo articolo.

Cercando una parentela più prossima al Decreto Rutelli, la si può forse trovare nella Legge n. 291 del 16 ottobre 2003, che istituisce un fondo presso il Mibac “in favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti, finalizzato alla concessione di contributi per l’adeguamento delle strutture delle case editrici che svolgono in particolare attività di stampa di testi in caratteri idonei alla lettura degli ipovedenti”: ammonare 1,5 milioni di euro annui per tre anni. Nel 2005, una circolare dell’allora ministro Urbani stabilisce criteri e modalità di assegnazione di tali contributi: ogni richiedente può domandare fino a 100 mila euro, con l’obiettivo di distribuire i contributi a pioggia su un numero ampio di progetti. E questo è esattamente quello che accade, andando a supportare un numero consistente di piccoli progetti.

Si arriva così al nostro Decreto Rutelli del 2007, che prevede viceversa la possibilità da parte di chi presenta un progetto di richiedere fino all’intera cifra stanziata. Un cambio di politica sostanziale, che non cerca più di distribuire in modo parcellizzato a molteplici soggetti lo stanziamento, bensì permette a un solo richiedente di portarsi tutto a casa. La commissione si sarà forse incagliata su questo nuovo sistema, venendo obbligata a prendere, per rendere possibile l’assegnazione del finanziamento, una decisione che effettivamente non le competeva? Di certo concentrare un finanziamento così ingente nelle mani di un solo richiedente conferisce a quest’ultimo un notevole potere d’azione insieme a una grande responsabilità. Che fatalmente si ripercuote a monte su chi ha il compito di assegnarlo.

Qui, a livello generale, ci si potrebbe interrogare sulla effettiva utilità di finanziamenti erogati con queste modalità nelle mani di soggetti privati. Il rischio è quello di provocare un’anomalia nella libera concorrenza. Non è il caso del progetto LIA, che ha scelto di puntare per l’accessibilità sul formato epub, ma se invece avesse deciso di sviluppare un formato proprietario andando ad arricchire la casistica di quelli presenti sul mercato? In ogni caso, nei fatti il progetto LIA potrebbe provocare l’estinzione degli altri progetti legati alle disabilità visive, se basterà a risolvere da solo tutte le necessità cui fino a oggi supplivano molteplici soggetti tirando fuori il libro accessibile dai canali speciali e facendolo circolare in quelli utilizzati dalla generalità degli utenti. Come vedremo meglio più avanti, la confessata ambizione del progetto è in effetti proprio questa, proponendo un mutamento di paradigma che dovrebbe rendere superflui, in senso positivo, altri sforzi “particolaristici” legati all’accessibilità.

Seguendo questo ragionamento, a divenire superfluo potrebbe essere anche il Protocollo d’intesa stipulato tra l’AIE, la BIC di Monza e l’UIC (quello vigente, siglato nel maggio 2012, avrà validità fino al 31 dicembre 2013). In forma di accordo privato, gli editori forniscono a titolo gratuito alla BIC una copia delle opere richieste, soprattutto del loro comparto di scolastica, e la BIC e l’UIC si impegnano a fornire ai propri utenti e associati una versione resa accessibile garantendo agli editori che tali versioni, a stampa o digitali, non vengano liberate al di fuori del loro circuito mettendo a rischio i loro interessi economici e il diritto d’autore.

IL PROGETTO LIA OLTRE PROTOCOLLI E FINANZIAMENTI?

Il passaggio del Protocollo che sembrerebbe divenire improvvisamente superfluo se posto accanto alla nuova filosofia posta dal progetto LIA — che ricordiamo intende rendere accessibile a monte tutta la produzione editoriale — è quello in cui si dice che «l’accesso dei non vedenti e degli ipovedenti ai prodotti dell’industria editoriale in genere e della scolastica in particolare non può avvenire per il tramite dei formati commerciali disponibili per il restante pubblico, in quanto richiede il ricorso a formati appropriati rispetto alle peculiari modalità con cui può realizzarsi l’accesso alla lettura dei non vedenti e ipovedenti, in quanto fisicamente non in grado di usare i formati normalmente disponibili». Il problema non si pone in questa fase perché, come sentiremo dalle parole di Piero Attanasio {#3}, l’accessibilità dei libri scolastici non è stata inclusa nel progetto LIA — e proprio questa scelta ha dato adito a polemiche e a qualche pensiero malevolo — ma eventualmente rimandata ad altri progetti futuri che vadano a costituire un ideale prolungamento del LIA. Di conseguenza anche il finanziamento pubblico destinato alla BIC, e ad altri soggetti che si occupino di rendere accessibili i libri ai disabili visivi, potrebbe essere in questo modo messo in discussione.

Con la seconda parte dell’articolo {#2}, online entro domani insieme al terzo {#3}, proviamo a esplorare una più attuale definizione di accessibilità e come sia stata percepita e recepita dagli editori aderenti al progetto LIA.

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2 pensieri su “Progetto LIA #1: storia”

  1. Non ero polemico, ma proprio incazzato soprattutto per le motivazioni: “progetto non innovativo”. Per questo ho reso pubblico il nostro progetto, sfido chiunque a giudicarlo “non innovativo”. Perché questa è stata la motivazione fornita sia per la scelta del progetto vincente sia per la costituzione in fretta e furia di una seconda commissione giudicante.

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