Progetto LIA #2: opinioni

Abbiamo visto come si definiva l’accessibilità al tempo in cui il Decreto Rutelli vide la luce {#1}. Per una definizione più attuale ci si può rivolgere al documento “Editoria accessibile – Linee guida per gli editori”, linkato anche all’interno del progetto LIA, che così recita: «un titolo completamente accessibile è quello che offre il massimo della flessibilità a tutti i lettori, con o senza disabilità, e consente loro di accedere facilmente al contenuto e di modificarlo». La vecchia definizione pretendeva viceversa che l’accessibilità fosse garantita grazie a «tecnologie assistive o configurazioni particolari», alludendo quindi a formati realizzati ad hoc per determinate categorie di fruitori. L’attenzione è in sostanza passata dai lettori con disabilità alla generalità dei lettori, nel cui insieme sono di conseguenza ricompresi anche i primi. Il mutamento di paradigma è sensibile e proprio su questa direttrice sostanziale ha deciso di muoversi il progetto LIA.

Tali linee guida pongono l’attenzione anche sui vantaggi in termini commerciali dell’accessibilità, che consentirebbe di allargare il bacino dei possibili acquirenti. Se ne deve dedurre che il progetto LIA abbia agito anche in funzione di questo, lavorando sui nuovi clienti potenziali per le case editrici che una piena accessibilità dei prodotti editoriali consentirebbe di accontentare. A oggi gli editori sono di fatto esclusi dal mercato della disabilità, eccezion fatta per alcuni marchi che si dedicano specificamente a tale nicchia: a soddisfarlo provvedono i contributi statali che favoriscono la realizzazione dei prodotti editoriali destinati specificamente ai disabili visivi, distribuendoli a titolo non oneroso grazie alle eccezioni previste al diritto d’autore e alle convenzioni ad hoc stipulate con le case editrici, in particolare con l’associazione che le rappresenta in maniera prevalente: l’AIE. Abbiamo già parlato del Protocollo d’intesa firmato proprio tra l’associazione degli editori, la Biblioteca italiana per ciechi “Regina Margherita” di Monza (BIC) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (UIC) {#1}.

Anche in virtù di questi mutamenti di sistema che coinvolgono copyright e motivazioni commerciali, abbiamo cercato di capire come sia stato percepito il progetto LIA dagli addetti ai lavori e in particolare dagli editori aderenti o che hanno fatto domanda di adesione. Livio Mondini – che si occupa di accessibilità del web e di editoria elettronica – ha stilato in un articolo una lista dei difetti tecnici che il portale messo online dal progetto LIA avrebbe; si parla di una scarsa accessibilità e di un sito tutto sommato superfluo, configurandosi come un ecommerce degli ebook che hanno ottenuto la certificazione LIA, il quale rimanda però per concludere l’acquisto ad altre piattaforme già disponibili per la generalità degli utenti (Bookrepublic e Ultima Books) a loro volta non ritenute pienamente accessibili. Nei commenti all’articolo di Mondini si possono trovare altre opinioni critiche; una è quella di Luca Calcinai – esperto di editoria elettronica e tra i fondatori del sito di informazione eBook Club Italia – che sottolinea come il Decreto Rutelli parlasse di “braille, audiolibri e libri a caratteri ingranditi”, formati di cui si sarebbe a suo dire perso traccia; inoltre il progetto LIA si sarebbe «ridimensionato a un semplice bollino da apporsi a dei semplici epub, peraltro già reperibili nei negozi di ebook “normali”». La sua conclusione è che il Ministero dovrebbe «interrogarsi sulla faccenda chiedendosi se veramente quei milioni di euro siano stati spesi bene, o se piuttosto si poteva ottenere lo stesso risultato promulgando una legge che imponesse a editori e a negozi online di ebook di produrre e distribuire libri con determinate caratteristiche di accessibilità».

Per capire quali siano effettivamente le caratteristiche che i libri elettronici certificati dal bollino LIA devono possedere ci si deve indirizzare a quelle indicate nel sito del progetto. Per valutarle da un punto di vista tecnico e comprendere le differenze dalle specifiche normalmente previste per l’accessibilità di un file epub abbiamo domandato a Roberto Inversa, che realizza ebook accessibili ed è il fondatore e direttore editoriale del service/casa editrice Il Menocchio, di compiere una ricognizione e darne una sua interpretazione:

«Torniamo un attimo indietro, al termine “accessibilità”. Nato nel web, ha preso piede negli ultimi anni proprio nell’ambito dello sviluppo di siti internet: “accessibilità”, per capirci, è più vecchio di “usabilità” (altro termine andato di moda col crescere dello sviluppo web mobile, sebbene anche questo fosse più antico). I cosiddetti “standard per l’accessibilità” non sono altro che un insieme di accorgimenti tecnici, un “modo giusto di codificare”, per far sì che gli screen-reader, o la funzionalità text-to-speech di smartphone e tablet, siano in grado di funzionare correttamente. L’esempio più chiaro è sicuramente quello delle immagini. Il tag html per inserire un’immagine, <img/>, deve contenere una serie di attributi (descrizioni più particolari del tag, per chi non lo sapesse): src, per la fonte presso la quale il browser troverà il file (src abbrevia source) e alt, che sta per alternative text e che fornisce, appunto, un testo alternativo da leggere se l’immagine non può essere vista dal computer o, nel nostro caso, dall’utente. Quest’ultimo attributo rende la nostra pagina web accessibile. Lo standard html supporta l’accessibilità da anni, il W3C si era già impegnato a garantire specifiche per una piena fruizione dei siti web anche ai non vedenti. Gli screen-reader, peraltro, esistono ormai da molti anni.
Le specifiche per l’accessibilità dell’html sono state ereditate dallo standard epub, che usa proprio html per codificare i testi.
Con la terza versione dello standard, cioè l’epub 3, uscita nell’ottobre 2011, l’IDPF (l’organo che si occupa di definire lo standard epub) ha aggiunto una serie di attributi significativi, ed esclusivi dell’epub, coi quali è possibile descrivere gli elementi tipici del testo, come introduzioni, testo principale, note…, oltre ad adottare la codifica dell’html5, dal punto di vista semantico più puntuale dell’html4 o dell’xhtml.
Cosa si sono inventati quelli del progetto LIA, dunque? Nulla, per la verità, a parte un paio di richieste opinabili (tipo quella di definire autore e titolo del libro nell’attributo alt dell’immagine di copertina, invece di indicare che quella è la copertina). D’altra parte, se uno standard esiste è proprio per evitare che ognuno abbia metodi e tecniche personali: uno standard garantisce “interoperabilità”. Quindi è giusto che il LIA non si sia inventato niente. E allora a che serve? A certificare. In un mercato editoriale – quello italiano – che dev’essere un po’ spinto a fare le cose altrimenti non si muove, ci voleva qualcuno che spingesse gli editori a stare attenti a quel che facevano.
Oltre a certificare il rispetto degli standard, però, il LIA spiega con parole comprensibili “al resto di noi” quali siano questi standard, dove si trovino documentati e come applicarli ai nostri libri. Insomma, fa anche da “nave scuola”. E ci voleva, forse, perché certe volte i documenti tecnici dell’IDPF sembrano essere istruzioni per avviare un processo di fusione fredda. Ma, di contro, chi si occupa di tradurre professionalmente la cara vecchia carta in epub forse già conosceva prima questi standard, e si era spulciato le specifiche imparando la fusione fredda. E poi, diciotto pagine di specifiche tradotte e semplificate non suppliscono certo una preparazione approfondita alla codifica. Insomma, un cane che si morde la coda…».

Ci sembra significativo rilevare a questo punto come il progetto LIA, per come è stato pensato, abbia di fatto superato la necessità di produrre un certo numero di libri accessibili prima della sua scadenza. La sfida è infatti quella, come ci racconta meglio Piero Attanasio {#3} e come ha rilevato Roberto Inversa, di instradare le case editrici verso una produzione continuativa di ebook accessibili, responsabilizzandole non su un pacchetto di titoli ma sul processo che li genera: infrangendo quindi nei fatti le delimitazioni temporali, insieme a quelle di obiettivo numerico, del Decreto Rutelli. Se i suoi dettami specifici si possono così ritenere idealmente superati, allora l’AIE sembrerebbe essersi fatta carico proprio di quel ruolo istituzionale che Luca Calcinai invoca nel suggerire come più adatto un provvedimento legislativo capace di generare lo stesso risultato. Forse il punto sta proprio qui, nel fatto che non essendo l’AIE un organismo pubblico, bensì un’associazione di imprese editoriali e quindi portatrice di interessi privati, quello che occorre verificare è se il ruolo di cui ha scelto di investirsi riesca a condurlo in porto senza compromessi. Uno dei comparti più insidiosi in questo senso è l’editoria scolastica, lasciata fuori dal progetto LIA il quale ha scelto di “integrare nei normali flussi produttivi e distributivi editoriali la produzione di titoli accessibili con impaginato semplice”; parliamo quindi di testi di narrativa e di saggistica a impaginato semplice, mentre si escludono proprio quei libri che presentano le difficoltà più rilevanti nell’essere resi accessibili: immagini, grafici, tabelle e tutto il normale corredo che di certo pertiene alla manualistica di studio. A Piero Attanasio abbiamo chiesto conto di questa scelta di campo.

L’argomento rimanda alla diatriba tra Ministero e AIE sull’adozione di libri di testo elettronici nelle scuole. Il Decreto Profumo, con l’obbligo della loro introduzione già a partire dall’anno scolastico 2014-2015, aveva avuto come immediata conseguenza un ricorso al TAR da parte dell’AIE: la scorta di libri cartacei già nei magazzini degli editori aderenti minacciava infatti di divenire inutile improvvisamente. Certo, il provvedimento in questione è molto recente, ma la Legge Stanca che prevede disposizioni a tutela degli studenti con disabilità era già in vigore (su questo argomento consigliamo di leggere l’ottimo approfondimento di Maria Grazia Fiore su eBookReader Italia), e allora, forse, il progetto LIA poteva essere una buona occasione per instradare anche l’editoria scolastica verso la produzione di testi accessibili in formato digitale. Per ora invece si assiste a un freno, perché il neo ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza ha fatto già slittare il provvedimento all’anno scolastico 2015-2016…

Quale grado di difficoltà ha avuto mettere a regime i “titoli con impaginato semplice” degli editori aderenti al LIA? Verificarlo è un buon modo per capire a che livello di accessibilità fosse la normale produzione editoriale italiana prima della messa in opera del progetto. Lo abbiamo chiesto ad alcuni degli editori aderenti, anche per capire come sia stata proposta agli editori la partecipazione e come si siano svolti controlli e correzioni del formato epub di partenza.

Marco Borello, responsabile del progetto LIA per Hoepli:

«La casa editrice Hoepli ha aderito al progetto LIA all’inizio del 2013 dopo essere stata direttamente contattata da operativi al progetto. Ci è stato chiesto di registrarci alla loro piattaforma e di selezionare dei file epub presenti nel nostro catalogo che fossero necessariamente di saggistica o narrativa. Essendo la maggior parte delle pubblicazioni Hoepli prevalentemente di carattere tecnico, di informatica, di marketing, di test universitari, di manualistica e di lingue la selezione dei titoli non è stata semplice. Ne sono stati selezionati 7 e caricati sulla piattaforma LIA; dopo circa un mese ci sono stati restituiti da loro lavorati e sono stati caricati da noi in sostituzione ai precedenti file sulla piattaforma di distribuzione. Non abbiamo avuto linee guida per produrli autonomamente. Ci è sembrata una buona iniziativa, anche se non siamo entrati mai nel merito delle risorse investite e dei risultati globali ottenuti».

Andrea Angiolini de Il Mulino:

«Siamo stati contattati da LIA. Va considerato che il nostro marchio editoriale è da sempre attento e in contatto con il mondo della disabilità visiva, avendo aderito da anni all’intesa tra AIE e Biblioteca di Monza “Regina Margherita”. Per noi è stato solo un modo nuovo e migliore di rispondere a un dovere che sentiamo da sempre. Noi produciamo gli ebook internamente, con un sistema automatico che converte i nostri testi da docbook – formato nel quale tutta la nostra produzione è conservata – a epub e mobi. Per questo abbiamo certificato il processo, non validati i singoli titoli. Praticamente, nel nostro caso eravamo già quasi a posto e abbiamo semplicemente precisato meglio l’uso di alcune informazioni relative alle immagini. Abbiamo interagito proficuamente con LIA e abbiamo ricevuto suggerimenti e osservazioni, insieme alla conferma finale di compatibilità».

Ad aderire al progetto LIA è anche Il Narratore, marchio che produce audiolibri. Poiché in effetti gli audiolibri non sono inclusi nel catalogo bollinato dal LIA (che lo ricordiamo include soltanto il formato epub) abbiamo chiesto al suo direttore commerciale Cristiana Giacometti come stiano le cose e che tipo di partecipazione offrano:

«Non abbiamo ancora un’idea chiara in merito al progetto LIA; ci lascia un po’ perplessi che non includa gli audiolibri tra i formati accessibili sebbene questo sia, insieme al braille, il più antico formato per i non vedenti. Vi abbiamo comunque aderito perché il Narratore audiolibri ha iniziato a proporre già dalla fine del 2012 una collana di titoli in formato epub 3, “Le voci dei classici”, che definiamo “Audio-eBook”. Si tratta di ebook che comprendono sia il testo, sia l’audio registrato da professionisti della narrazione, esattamente come un audiolibro, non la comune voce “robotica” tipica dei sistemi text-to-speech (TTS). Sui dispositivi che supportano epub 3, il testo viene anche evidenziato in contemporanea con il suo ascolto. Finora solo Amazon Kindle/Audible ha pubblicato audio-ebook flowable (“liquidi”) con l’audio sincronizzato, sfruttando la posizione di controllo dell’ecosistema Kindle. Noi, invece, utilizziamo il formato aperto epub 3 (senza DRM), aspetto molto importante per quanto riguarda la didattica e l’accessibilità dei nostri titoli.
Abbiamo inviato al LIA i nostri file e ci è stato detto che sono stati sottoposti a vari test con diversi software di lettura e con diverse tecnologie assistive. La situazione a questo proposito ci pare ancora abbastanza caotica: non tutti questi software sono aggiornati e ben funzionanti sugli ebook (a differenza dei decenni di “rodaggio” che hanno avuto per i doc o i pdf). Nel nostro caso, proponendo epub 3, la situazione è ancor più complessa che con epub 2. Dopo qualche scambio di email, alla fine il progetto LIA ha valutato i nostri ebook come “accessibili” e quindi inseribili all’interno dell’offerta di titoli del progetto. Ora dobbiamo solo caricare i primi 20 titoli nella piattaforma. Tuttavia, alcune perplessità permangono per la mancanza di chiare specifiche tecniche (ci sono state fornite solo vaghe linee guida circa il codice degli ebook). E anche perché lo staff tecnico del LIA ci ha fatto sapere che per il momento è possibile caricare solo epub 2, vanificando quindi tutto il lavoro di sperimentazione e lo sforzo di produzione che abbiamo fatto per arrivare all’epub 3, contraddistinto proprio dall’attenzione alla struttura semantica e all’accessibilità dei contenuti…».

Nel progetto LIA abbiamo notato l’assenza degli editori nativi digitali e abbiamo allora chiesto a uno dei più attivi e stimati, Quintadicopertina, che opinione ne abbiano e il motivo della sua mancata partecipazione, almeno a oggi. Ci ha risposto Maria Cecilia Averame, direttrice editoriale:

«Il tema dell’accessibilità è molto delicato, e spesso trattato in maniera confusa: un pdf è accessibile? E un epub? Un epub con i DRM? E un audiolibro? E poi, l’accessibilità riguarda solo disabilità visive o anche di altro tipo? Neanche per noi è facile orientarsi. Fino ad ora ci siamo mossi in collaborazione con enti o associazioni che si occupano di disturbi visivi, e cercando di adeguarci ai parametri per la pubblica amministrazione e accessibilità. È un percorso, e non so dire a che punto siamo. Quando il progetto LIA ha iniziato a concretizzarsi ne siamo stati positivamente colpiti, perché l’esigenza è reale, e sarà ancora più forte quando si comincerà a parlare di testi scolastici. Per ora però, abbiamo provato a entrare in contatto con la segreteria del LIA ma non abbiamo avuto risposta. Riproveremo».

Al progetto LIA ha aderito anche MLOL, la piattaforma che offre alle biblioteche italiane la possibilità di fornire il servizio di prestito digitale ai loro utenti. Un parere lo abbiamo chiesto al suo fondatore Giulio Blasi, anche in merito alle critiche espresse da Livio Mondini:

«Non credo che la vetrina LIA sia il nocciolo del progetto nel medio termine. Il progetto punta a creare un ecosistema in cui gli editori producano ebook con sufficienti caratteristiche di accessibilità per i non vedenti e tutti gli anelli della filiera sviluppino servizi per facilitare l’accesso a questa tipologia di utenti. La critica di Mondini è rivolta al sito LIA (curiosamente non è entrato nel dettaglio dell’encoding epub degli ebook se non per criticare l’assenza di pdf, mobi, etc., che come tutti sanno non sono standard e quindi onestamente non capisco che critica sia…). Per quanto riguarda noi di MLOL, abbiamo marcato gli ebook accessibili con il bollino di LIA (tutti i giorni verifichiamo se ci sono nuove pubblicazioni con queste caratteristiche attraverso un sistema complesso nel quale triangoliamo i metadati che ci provengono dagli editori con quelli forniti da altri soggetti) e permettiamo ai nostri utenti di filtrare gli ebook che rispondono a questa caratteristica.
Non sarà quindi certo la vetrina LIA il punto vero di snodo ma gli shop, e qui i risultati ad oggi dipendono dalla sensibilità dei singoli. MLOL è lo shop per le biblioteche e noi abbiamo implementato il servizio dal primo giorno di esistenza di LIA. Per quanto ci riguarda, abbiamo riformato l’accessibilità complessiva di MLOL (fino ad arrivare a un WCAG 2.0 – AA) e implementato il flusso dei metadati che ci permette di bollinare gli ebook.
Non spetta a me difenderli, ma mi pare però si perda in queste critiche il nocciolo di LIA: fare un progetto che introduca, nel sistema editoriale digitale italiano, in modo strutturale, il tema dell’accessibilità. E questo risultato mi sembra raggiunto. Parlo con gli editori e con i distributori e sanno di cosa si tratta se parliamo di accessibilità. Un anno fa non eravamo a questo punto».

A margine di questa analisi vale la pena parlare di un recentissimo accordo concluso a livello internazionale che mira a tutelare proprio l’accessibilità alla lettura per persone con deficit visivi. Alludiamo al Trattato di Marrakech, chiuso il 28 giugno scorso all’interno della conferenza diplomatica Ompi, fortemente voluto dall’Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (WIPO). Il suo obiettivo è quello di “facilitare l’accesso alle opere pubblicate ai ciechi e alle persone con handicap visivi o altre difficoltà di lettura di testi stampati”. Lo fa prevedendo delle limitazione ed eccezioni al diritto d’autore, per la cui adozione e messa a punto rimanda alle singole legislazioni nazionali che intendano aderirvi. Ricordiamo che la legge italiana già prevede esplicitamente deroghe al copyright sancite dal Decreto Legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 recante: “Attuazione della Direttiva 2001/29/CE sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”, che ha ridefinito la materia contenuta nella legge n. 633 del 22 aprile 1941.
Al di là delle norme specifiche, può essere interessante andare a vedere quale sia la definizione di accessibilità all’interno di tale Trattato (per una lettura integrale del documento abbiamo provveduto a una traduzione in italiano, che non va ritenuta ufficiale, e che potete scaricare qui in formato pdf; le versioni ufficiali previste in altre lingue sono invece consultabili qui). L’art. 2, al punto b), definisce “esemplare in formato accessibile” «un esemplare di un’opera presentato sotto una forma alternativa che permetta ai beneficiari di accedere all’opera, e in particolare di accedervi facilmente e liberamente quanto potrebbe fare una persona priva di handicap visivo o di qualsiasi altra difficoltà di lettura di testi stampati». Si nota insomma che a livello internazionale si parla ancora di prodotti editoriali realizzati ad hoc, forse a dimostrazione che intorno all’accessibilità si stanno concentrando perfino troppi professionisti della materia, pressati alle spalle da chi (editori, organizzazioni, associazioni) su questo concetto ha bisogno di fare business?

Nell’intervista a Piero Attanasio dell’AIE {#3}, che costituisce la parte conclusiva di questo approfondimento sul progetto LIA, abbiamo provato a far convergere il più possibile i dubbi sollevati, chiedendo insieme al nostro interlocutore di dare consistenza al lavoro che intorno al progetto si sta articolando da oltre due anni.

Progetto LIA #1: “Storia
Progetto LIA #2: “Opinioni”
Progetto LIA #3: “Intervista all’AIE

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4 pensieri su “Progetto LIA #2: opinioni”

  1. Essendo direttamente tirato in ballo, rispondo a Blasi. Non ho capito a dire la verità quale sia la sua rimostranza.
    Dice Blasi: “curiosamente non è entrato nel dettaglio dell’encoding epub degli ebook se non per criticare l’assenza di pdf, mobi, etc., che come tutti sanno non sono standard e quindi onestamente non capisco che critica sia…”
    Curiosamente? Perché? Quale sarebbe la relazione fra l’assenza di pdf ecc con l’encoding degli epub di LIA?
    La mia frase voleva evidenziare che LIA si dichiara “la vetrina di ebook accessibili pensati per le persone non vedenti e ipovedenti”, ma vende solo epub. Al massimo sarà la vetrina di “ebook in epub”. Oppure non ho capito.

  2. Rispondo in ritardo. Il mio riferimento è al testo contenuto in http://www.webaccessibile.org/libri/lia-libri-italiani-accessibili-3/. Così come il tema più generale dell’accessibilità web si costruisce (almeno a livello istituzionale) SOLO attorno a linguaggi standard W3C, così mi pare corretto ignorare PDF, Mobi,etc. in un progetto come LIA. Nessuno mi pare parli di accessibilità dei siti Flash ecc. ad esempio. Usabilità e accessibilità sono concetti differenti. In generale comunque, dare netta prevalenza a formati su tecnologie web (epub appunto) è in termini strategici la mossa numero 1 da fare per assicurarsi una produzione a regime di contenuti accessibili da parte degli editori. Il resto della mia perplessitá sulle critiche di Mondini lo ha riportato Sergio Calderale: non credo – per sintetizzare – che il sito LIA sia il nocciolo di quel progetto. Dal mio – limitatissimo, ammetto – punto di vista, il progetto LIA non ha equivalenti che noi potremmo utilizzare per dare suggerimenti sulla produzione digitale corrente in biblioteca.

  3. Bè in realtà no, non è così Blasi. Per esempio, l’accessibilità dei file PDF è molto avanzata e sicuramente superiore a quella di epub, ed è uno standard ISO.
    Non capisco cosa significhi “Usabilità e accessibilità sono concetti differenti” in questo contesto.
    Il problema di epub è che, semplicemente, non può essere definito accessibile, e nemmeno dispone di un validatore di accessibilità, così che ognuno si inventa il suo “bollino”.
    Il sito LIA è soltanto uno dei problemi di quel progetto, certamente.
    Per quanto riguarda la produzione di contenuti accessibili, il progetto LIA non offre nessuna informazione che non sia già reperibile in rete e le poche che offre non sono pubbliche, né rappresentano il qualche modo una best practice. Insomma, stiamo discutendo del nulla.

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