Il terzo anno

tropico del libro in trasparenza

Dalla nascita di Tropico del Libro sono passati tre anni. Anni in cui il digitale è apparso a molti come la via per fuggire dalla propria cella; senza muoversi però dal palazzo che la contiene.

Già corrotti da un percorso scolastico ipercompetitivo e alienante, abbiamo infatti creduto che servisse ancora più specializzazione, perfino quell’abbandono alla nerditudine che avevamo rifuggito quasi tutti prima che diventasse di moda e l’indispensabile passe-par-tout per trovare lavoro dall’altra parte dello specchio pixelato.

Credevamo che incaponirci dovesse portare, in un qualche maledetto modo soltanto da scoprire, dei risultati.
Abbiamo invece imparato una cosa fondamentale: che è necessario fermarsi, alzare lo sguardo (dallo schermo senz’altro) e osservare più in prospettiva.

La sveglia non ce l’ha data la “rivoluzione digitale”, ma la mancanza di terreno sotto ai piedi, letteralmente. La disillusione per la mancata assegnazione, nel Lazio, dei molti terreni pubblici inutilizzati a progetti di tipo culturale e sociale (ma sosteniamo ancora le ragioni di chi sta ancora aspettando, insieme a Vladimir ed Estragone) è stato il trampolino da cui, invece di buttarci giù, abbiamo assestato ancora un po’ meglio la nostra direzione.

Rifuggire il compromesso non è abbastanza, bisogna impegnarsi attivamente per annullare alla base la necessità di caderci.
In poche parole: inutile tentare un’impresa etica mentre siamo immersi in un contesto sociale che annichilisce questo tipo di esperienza, consentendo due sole forme di sopravvivenza: solipsismo imprenditoriale e assistenzialismo statale, che sono le facce della stessa medaglia.

Ci siamo chiesti: e se impiegassimo il tempo per capire a cosa possiamo rinunciare? Se rivedessimo i nostri progetti fasandoci su un ecosistema più sano, in cui le persone che hai intorno sono tuoi alleati, in cui fermarsi a riflettere non sembri reazionario, in cui l’autosufficienza alimentare ed energetica consentano di emanciparsi dalle regole di sistemi suicidi?

Abbiamo parlato di rete, di comunità. Fare comunità è difficilissimo, perché non sappiamo comunicare. Ma non è colpa nostra: nelle scuole di tutti i livelli ci hanno forzato all’efficienza, facendoci perdere l’occasione di imparare a essere efficaci.
Occorre ripartire daccapo, fare i conti con se stessi mentre si va incontro agli altri. Affrontare il conflitto come un varco iniziatico indispensabile. Ripartire dalla vita che ci circonda, capire come non nuocerle e come vogliamo parteciparvi.

Siamo ripartiti da lì, dalla riprogettazione della nostra dimensione vitale: il luogo in cui viviamo, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, le persone con cui cresciamo. Il nucleo base della nostra associazione è ora un’assolata e rilassante marina della costa laziale, dopo Roma e prima del borgo ecologico a cui stiamo lavorando con la onlus nostra compagna di avventura, E-CO-abitare.

In quest’ultimo anno abbiamo incontrato e ascoltato tante persone mosse dagli stessi ideali di cambiamento, andandole a trovare in diversi posti d’Italia. Una delle più grandi lezioni riguarda l’atto stesso del progettare, che alcuni per far prima chiamano permacultura: un percorso da ridiscutere e riadattare ogni giorno.
Abbiamo frequentato corsi e letto libri per (cominciare a) imparare i metodi di comunicazione non-violenta ed efficace, ma anche studiato come alimentarci senza nuocere all’ecosistema, noi compresi.

Il nuovo sito di Tropico, così come lo vedete oggi, è anch’esso stato un viaggio di un anno. In questo tempo, logorati a volte dall’impazienza, ci siamo resi conto che il web è roccioso: a dispetto di tante cose che si dicono sulla sua natura fluida, e nonostante l’elasticità e bravura del nostro sviluppatore, il codice pesa, la sua struttura è un meccanismo con ingranaggi interconnessi che costa rimodellare in termini di fatica e di impegno economico.

Così succede questo: che, alla vigilia del suo rilascio online, siamo molto soddisfatti nel nuovo sito web e allo stesso tempo ci piacerebbe riprogettarlo da zero. Nuove visioni ci piombano addosso di continuo, ma forse proprio per questo siamo orgogliosi del lavoro fatto: è necessario e sano fermare ogni tanto questo inarrestabile fluire.

Da una certezza possiamo ripartire ogni giorno: serve ancora fare informazione. Offrire punti di vista diversi, analitici ma non pedanti, critici ma aperti al dialogo, competenti ma non esoterici, mantenendo una cura editoriale coerente e garantendo la possibilità di una visione d’insieme, e l’indipendenza. Non è facile. Perché la gran parte delle persone sono arrese alla propria ragione, infastidite dall’incertezza, calate in modo inasportabile nel proprio ruolo, legate da molteplici forme di dipendenza.

Guardare molto serve a guardare meglio: per questo ripartiamo con l’animo acceso e tranquillo, immersi in un progetto pronto ai beccheggi, tutt’uno con la sua intrinseca mutevolezza, fiero del cambiamento, aperto al riconoscimento reciproco, più che mai lontano dal compromesso.

Con una sola aspettativa da noi stessi: produrre più energia di quella che consumeremo!

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