Apologia del giornalismo digitale

Apologia del giornalismo digitaleUna riflessione manca ancora all’appello del nostro report sull’Ebookfest: quella su come cambia l’informazione con la diffusione e il perfezionamento degli strumenti di pubblicazione e condivisione elettronica.

Si è parlato sopratutto di giornalismo narrativo, anche detto “slow” in contrapposizione all’informazione “snack” dei social media.

Il tavolo di discussione formato dai giornalisti Sara Dellabella, Vittorio Pasteris, Antonio Dini, Carola Frediani, Paolo Salom e dall’editrice Cecilia Averame è partito dalla constatazione che ancora oggi moltissimi ritengono che pubblicare in ebook sia svilente.

Eppure.

Solo nel reportage digitale è possibile integrare la bibliografia: nel caso delle inchieste giornalistiche significa avere a disposizione in un unico luogo interpretazioni, dettagli dei fatti e dati probanti al completo (Dellabella).

L’ebook permette un aggiornamento dei testi costante e la loro fruizione condivisa e diffusione attraverso i social network, cosa non da poco conto data l’importanza della diffusione dell’informazione (Averame).

La verticalità e targetizzazione dell’ebook sono ormai caratteristiche imprescindibili per l’informazione: a particolari “nicchie” di interessi il giornalismo tradizionale — “generalista” — non può arrivare (Pasteris).

L’ebook è l’unico modello di remunerazione possibile per pezzi di approfondimento o inchiesta di media lunghezza, che quindi non siano né saggio né articolo (Dini). [Aggiornamento: nasce Google Wallet for Web Content]

L’ebook è un mezzo per rendere accessibili le inchieste giornalistiche anche ai non addetti ai lavori (Dellabella).

Ma, a chiudere il cerchio: non solo l’ebook può salvare quel tipo di giornalismo, viceversa proprio il giornalismo può dare linfa all’industria degli ebook, visto che per le caratteristiche sopra elencate non c’è modo migliore di veicolare l’informazione di tipo giornalistico (Averame).

Ci sono però due questioni critiche che vanno tenute presenti.

Il mercato degli ebook è ancora piccolo (circa 2%), anche se in fortissima crescita. Che soluzione? Secondo Cecilia Averame l’unica è mantenere alta la qualità dell’ebook: solo così si potrà creare un pubblico di lettori affezionati. Sì perché, come si dice sempre di più, anche in settori diversi, quel che conta non è produrre ma creare un pubblico consapevole. In materia di ebook si parla di “alfabetizzazione digitale” che è anche dare al lettore elementi per valutare la qualità con cui un ebook è creato.

Con il digitale si pone il problema della credibilità del mezzo. Ma il problema è puramente deontologico, l’informazione inesatta sta dappertutto, come sa bene chi legge con attenzione i quotidiani nazionali — “L’ho scaricato da Internet, l’ho letto su Wikipedia”… nel giornalismo digitale si passa definitivamente dall’autorevolezza del medium alla reputazione dell’autore.

E questo secondo Dini conduce dritti all’autopubblicazione, per molte storie che non trovano degni ambasciatori (“l’editore deve scegliere di pubblicare un testo quando sa di poter dare al testo e al suo autore un valore aggiunto”, Averame). Anche perché i giornalisti sono “professionisti della parola”, quindi se si rivolgono all’autopubblicazione lo fanno con competenza, dice Dini. Va da sé che secondo Dini tra le nuove competenze del giornalista deve esserci il saper coltivare il proprio pubblico.

Ma come cavarsela a quel punto tra tutti gli autori di giornalismo narrativo, le piattaforme di autopubblicazione, gli editori di giornalismo, le piattaforme di crowdfunding? Pasteris propone la nascita dell’agente editoriale di reportage. Noi immaginiamo il Sub Editore e…

…vi indichiamo gli editori che pubblicano solo o preferibilmente “narrativa d’inchiesta” o “giornalismo narrativo” in ebook:

  • Informant (nativo digitale)
  • 40k (nativo digitale)
  • quintadicopertina (nativo digitale)
  • Verdenero
  • Chiarelettere
  • Alegre
  • Beccogiallo (se avete un progetto di graphic novel)

…e i siti di crowdfunding dedicati totalmente o in parte all’informazione:

Appendice

Al termine del panel di cui sopra, si è parlato di data journalism* con, tra gli altri, Andrea Fama di Lsdi. [*Il data journalism è un approccio tra ricerca e inchiesta giornalistica che fa un uso intensivo di database, mappe digitali e software per analizzare, raccontare e visualizzare un fenomeno o una notizia, spesso producendo mashup di elementi diversi. Tipo di giornalismo che negli ultimi anni ha già prodotto diversi Pulitzer.] Il data journalist è una nuova professionalità, a metà strada tra il programmatore e il giornalista. In particolare, gli open data in Italia per ora sono in mano a freelance volenterosi e al Portale dati aperti della PA. La mancanza di investimenti in questo campo, e la mancanza di figure professionali adeguate, è consistente. Basti dire che i giornalisti italiani sono tra i pochi a non aver pubblicato né utilizzato i dati di Wikileaks. Ma, a parte il portale di dati della pubblica amministrazione, qualche prima buona pratica esiste: per esempio Patrie galere, la mappa navigabile di tutte le morti nelle carceri italiane. Se il tema v’interessa vi consigliamo di leggere l’ebook gratuito Open Data Journalism di Andrea Fama e le slide del programmatore e giornalista Marco Trotta; sottoscrivere la mailinglist Data journalism Italy e firmare la campagna FOIA per una legge sull’accessibilità totale degli open data della PA.

 

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3 pensieri su “Apologia del giornalismo digitale”

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