Lo scrittore Paul Auster ha pronunciato dure parole di critica contro il governo della Turchia, rivelando la sua decisione di non visitare il Paese per protesta contro i frequenti arresti di scrittori e giornalisti. In un’intervista con il giornale turco Hurriyet, l’autore di Città di vetro ha espresso la sua indignazione per il fatto che “più di cento” intellettuali siano attualmente imprigionati nelle carceri turche. “Non vado in Paesi in cui non siano in vigore leggi democratiche. Per lo stesso motivo rifiuto gli inviti in Cina”. Auster, molto popolare in Turchia, ha al suo attivo più di 25 edizioni turche, e il suo nuovo romanzo autobiografico Winter Journal è stato tradotto e pubblicato in Turchia prima ancora che nel resto del mondo. Le controverse dichiarazioni dell’autore sono state subito riprese dal leader dell’opposizione turca Kemal Kilicdaroglu, che le ha a sua volta indirizzate al Primo Ministro Erdogan e al partito di maggioranza AK Party. La reazione del premier contro Auster, tuttavia, non si è fatta attendere: “Come se avessimo bisogno di te! A chi importa se vieni oppure no? Pensi forse che la Turchia ne perderebbe in prestigio?”. Il Primo Ministro è poi passato a tacciare l’autore di ipocrisia per il suo recente viaggio in Israele, da Erdogan definito una “teocrazia” che ha “lanciato bombe al fosforo e usato armi chimiche”. Auster, a sua volta, è tornato a replicare in un comunicato sul New York Times: “Ciascun Paese ha i propri difetti ed è tormentato da una miriade di problemi, signor Primo Ministro, inclusi i miei Stati Uniti, ed è mia ferma convinzione che, al fine di migliorare le condizioni di vita nei nostri Paesi, in qualsiasi Paese, la libertà di parlare e pubblicare senza censura o minaccia d’arresto è un sacro diritto di tutti gli uomini e le donne”.
La disputa avviene in un momento in cui la Turchia è bersagliata da un’ondata di critiche da parte di associazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa, proprio a causa delle leggi che facilitano l’arresto dei liberi pensatori. Il numero di giornalisti imprigionati, molti dei quali in attesa di giudizio, secondo le stime locali tocca effettivamente il centinaio. Nonostante alcune delle sanzioni più repressive siano state eliminate per facilitare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, il trattamento di argomenti sensibili come l’esercito, i ribelli curdi e i movimenti politici islamici, può ancora costare la prigione.
Immagine | Robert Shadbolt









