“Angela” di Claudio Delicato

Ci piacciono gli anziani quando parlano, e non ci piacciono gli anziani quando parlano. Questa è una convinzione che vivremmo davvero tutti meglio, se riuscissimo ad accettarla. A conviverci in modo placido.

Non ci piacciono gli anziani quando parlano: è una questione numerica, c’è poco da discutere. Non ci piacciono perché li ascoltiamo poco. Non ci capita spesso. E se non ci capita spesso, un motivo dev’esserci.

Ci piacciono gli anziani quando parlano. Perché la maggior parte delle volte fatichiamo a riconoscerlo, ma ci servono. Ci aiutano. Ci crescono.
Perché l’errore più grande che si può commettere, quando si decide di crescere, è quello di non ascoltare chi ha un codice di comunicazione diverso dal nostro.
A chi è giovane piacciono i segoni a due mani.
Ascoltare chi esprime un pensiero già nostro, con parole che ci suonano familiari, seguendo un percorso logico predeterminato e standardizzato.
Marco Travaglio. Morgan. John Fante. Leggerli, sentire le loro parole, agitare le mani contro di loro e dire ha ragione, cazzo, ha ragione.
Bella forza. No, dico: complimenti.

Invece, calarsi nella dimensione di un anziano quando parla è molto più difficile, e più gratificante.
Perché la loro vita è annacquata in un sostrato di usanze e sensazioni che a noi non appartengono affatto.
Il brodo. Le pantofole grigie di fianco al letto. La doccia due volte a settimana. Le piante da annaffiare. La coperta sulle gambe, in poltrona, la sera. Pomeriggio Cinque. L’a-letto-alle-nove-e-mezza. Il telefono che sì, mamma, scusa ma ho da fare, ti richiamo domani, e non fa niente, fai il bravo, stai bene?

Gli anziani quando parlano iniziano calmi, sommessi, poi alzano il tono se sentono la tua partecipazione. Agitano la mano destra e dicono oh, io so’ ’na compagna, ho aiutato tanti, ho aiutato tutti, ma senza guardarti negli occhi.
Poi fanno lunghe pause, poggiano la guancia destra tra il pollice e l’indice, abbozzano un sorriso a denti coperti. E tu lo sai che in quel momento non hanno realmente smesso di parlare. Semplicemente, sono in attesa.
In attesa che tu faccia loro un’altra domanda. Anche se in realtà, fargliela o non fargliela è la stessa cosa.

Perché se gliela fai funziona come quelle moto in miniatura col filo che gracchia tra le giunture, lo tiri al massimo, poi poggi la moto a terra e lo lasci, e quella schizza.
Uh!, dicono, come a significare tu non lo sai, fatte racconta’, e poi riprendono il loro discorso di nomi propri.
Già, perché gli anziani hanno una predilezione, per i nomi propri. Nei loro racconti non c’è mai niente di generico. C’è sempre gente con un nome e un cognome. Se se lo ricordano.

“Allegretti, Allegretti ha fatto il cancello che c’è, quel bel cancello l’ha fatto Allegretti.”

E se non se lo ricordano non è mai una figura opaca: l’architetto. Il perito. Il geometra. Nel peggiore dei casi, è l’architetto aspetta, come se chiamava, mannaggia ora non me viene, vabbè se mi viene te lo dico.

Quando invece la domanda non gliela fai, la loro pausa dura sempre ancora un po’.
E se non ti sentono parlare, riattaccano da soli. Ma si riallacciano sempre al discorso precedente. Come a voler aggiungere un particolare importante, che se ce lo perdiamo poi non capiamo mica bene tutta la storia.
Lo fanno per far sembrare che sia indispensabile. E lo fanno perché, tutto sommato, temono che a noi non interessi.

Che poi, oh, quello mica se faceva paga’, eh. Lasciava una scatola sul tavolo, dice quant’è, niente, quello che voi, metti là dentro. ’Na volta uno mise poco, je dico oh, ma co’ tutti i soldi che vai a paga’, le centomila lire, cinque lire ce metti? Metti i soldi, va’.

E poi c’è un’altra cosa, che si può imparare quando si ascolta una persona anziana.
Il mondo, il suo sguardo sul mondo e l’inconfondibile modo di raccontarlo.
Noi ci perdiamo sui massimi sistemi. È lì che perdiamo punti, noi.
Crediamo di avere una visione globale, a trecentosessanta gradi. Perché è con il passare degli anni che riesci a prendere coscienza della tua piccolezza, il tuo essere niente davanti al tutto.
E allora parliamo in grande. Noi parliamo sempre in grande. Prendiamo il mondo tra pollice e indice. Il PIL. I diritti civili. La sanità pubblica. La corruzione. La mafia.
Ma non ne parliamo mai in relazione all’effetto che hanno su di noi. No, noi facciamo appello a concetti universali, generici, indiscutibili.
L’onestà. La correttezza. Il rispetto del prossimo. L’impegno.
E lo facciamo perché abbiamo paura. Abbiamo paura di risultare piccoli.

Noi abbiamo paura delle cose piccole.

Invece gli anziani no. Quando ti parlano delle loro lotte, delle loro occupazioni, non parlano mai di nemici generici, non ti parlano dello “Stato”. Ti parlano della vicina di casa buttata fuori dalla figlia. Perché i figli non so’ mica tutti boni, finché ponno leva’ levano, e poi te mannano fuori. Questa la vedo al centro, me fa… s’è messa a piagne, dico che hai fatto, Gilda? Gilda. Eh, dice, “c’ho fatto”. La figlia gli aveva venduto la casa, dice “’ndo vado stanotte a dormi’?”. Io me so’ interessata, qua vicino c’è ’na signora, proprio l’altro giorno j’ho detto “te lo ricordi quand’è venuta Gilda?”. Quella c’aveva ’na camera nel sottoscala che pe’ anna’ al bagno doveva anna’ su al terazzo, su da questa signora, finché n’è morta, porella.

E tu stai lì che ascolti, e ti dici: porca Eva, è interessante, ’sta roba. È interessante come la racconta.
E magari la sera stessa, all’Angelo Mai, sfatto di Negroni sbagliati, lo dirai pure, a un amico tuo, che oh, oggi mi’ nonna m’ha raccontato delle storie che non hai idea.
Ma poi te lo scorderai come ti scordi il nome della nuova ragazza del tuo collega, subito dopo che te l’hanno presentata.
E quel tipo di voce, quel tono e quel modo di raccontarsi, non lo sentirai più per qualche altro anno. E tornerai al tuo mondo di segoni a due mani.

Per un bel po’ non ti verrà mai in mente quanto sia stato importante ascoltare quelle parole. Perché una volta che vecchio sarai tu, una volta che il telefono in faccia te lo attaccherà tuo figlio, capirai che del debito estero dei paesi africani, della sperimentazione farmacologica in Kenya e della violazione dei diritti delle donne afghane ti resterà ben poco.
Ti resterà un opaco e confuso ricordo, un polpettone che riassumerai in una frase breve, e lapidaria: “E poi la politica, sì, eravamo tanto impegnati, noi.”

E piano piano affioreranno i particolari. Le stupidaggini. Gli episodi di ogni giorno. E ti sorprenderai di quanto, quella volta che quattro quintali e mezzo de fave, io piavo, eravamo centosessanta persone. Centosessanta pezzi de pecorino tagliati a spicchio, l’ha voluto il presidente.
Ti sorprenderai di come sia quello, che ti è rimasto dentro. Allegretti che faceva tutti i sette e trenta e i sette e quaranta. La cassiera, Silvana Corona, una bravissima persona. Via degli Angeli, ecco, era via degli Angeli. Il sindaco Petroselli.

Guarderai tutta la vita così grande che hai cercato di abbracciare da giovane. La seguirai diventare piccola, particolare, man mano che grande diventerai tu.
E quelle piccole cose ti rimarranno perché saranno le uniche in grado di tenerti ancorato al reale. Perché i crimini contro l’umanità di Pinochet non ti aiuteranno a dimostrare a te stesso che tu su questa terra ci sei passato davvero. Perché non aiuteranno a calmare la tua paura. L’ultima paura che l’uomo è in grado di provare.
Quella della solitudine.
La paura di non avere più nessuno che risponda a una tua domanda, che assaggi il brodo vegetale, che tossisca mentre dormi.
Nessuno con cui litigare al mattino, nessuno che scenda a prendere la posta, per favore, nessuno che ti rubi la vestaglia.

Non avere mai più nessuno in grado di farti sentire, tutto sommato, ancora vivo.

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Claudio Delicato nasce a Roma nell’83 dall’unione tra Fabrizio Frizzi e la drum machine dei CCCP, prendendo la risata dalla madre e l’inclinazione al Socialismo reale dal padre. Ha scritto un libro, Roma, lato B, definito dalla critica “un’opera a metà strada tra lo splatter e il romanzo rosa”. Gestisce il blog ciclofrenia.it dal 2005, malgrado abbia imparato a scrivere solo due anni dopo; suona la batteria in una boyband elettrorock, gli Starlette, che detiene il record per il maggior numero di mancate partecipazioni consecutive al Festival di Sanremo.

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