“Cinque anni fa” di Fabiano De Micheli

‒ Scommetto il caffè che nun ve ricordate che facevamo cinque anni fa.

‒ ’A muffa, Renà.

‒ Carle’, la finisci de di’ stronzate. Che sudo solo a sentitte.

‒ Gnente. Era pe’ fa quarcosa.

‒ E allora giocamo a Tresette.

‒ Comunque non ve lo sete ricordati, quinni ho vinto er caffè.

‒ Vabbè. Rena’, vabbè.

‒ Maure’, così, pe sapello, t’o dico: cinque anni fa guardavamo gioca’ l’Italia.

‒ Ah, sì?

‒ Eh, sì… e quer pomeriggio avemo sentito pure la canzone che c’è adesso in radio.

‒ E che canzone è?

‒ Quella de Celentano… che cerca l’estate tutto l’anno.

‒ Poi dici che gioia… soffrì sto caldo pe’ 365 giorni.

Renato prende il mazzo di piacentine e inizia a mischiare. Tresette sia, ma col morto. Dentro l’umidità di questo pomeriggio di luglio. Le zanzare, quelle che si svegliano dopo mangiato ‒ ma ce n’è di sicuro qualcuna che ha fatto tutta una tirata dalla notte prima ‒ succhiano dalle caviglie di Carlo. Intanto Mauro legge l’Unità.

Guarda che è de ieri, fa Carlo mentre Renato dà le carte a giro.

‒ Frega gnente.

‒ Figurate a me, gli risponde mentre versa un po’ di succo di pesca comprato al discount nel bicchiere di carta che sta sul tavolo.

‒ ’Sta stanza è ’n forno, ma com’è?

‒ Fermete!

‒ Che c’è?

‒ Lì è ’ndo metto le cicche.

Carlo s’affaccia sul bicchiere come sopra a un pozzo, vede cenere e succo di pesca che danzano in un flusso grigiastro.

‒ Tacci che schifo… ma nun poi usà er portacenere?

‒ È questo er portacenere.

Mauro butta l’Unità su una sedia vuota e prende le sue carte, Carlo vaga per la stanza alla ricerca di un bicchiere pulito, Renato aspetta con la calma di chi ha già in mano la Napoli a denara.

‒ C’hai carte bbone, ve’, Rena’?

‒ Tze.

‒ Se se, guarda che faccia. Carle’, sbrighete, che Renatuccio pensa de vince subbito subbito. Mo lo famo ricrede.

Carlo non trova bicchieri puliti, allora prende e beve direttamente dal cartone del succo alla pesca. Si siede, trattiene un rutto, prende le carte.

‒ Davvero non ve ricordavate che facevate cinque anni fa? insiste Renato.

‒ No, ma tanto ce l’hai detto: c’era l’Italia.

‒ E quindi? chiede Mauro tra compassione e rodimento. Volemo gioca’?

‒ Quindi era domenica, vo o ricordate?

, dicono una voce sull’altra Carlo e Mauro, mo’ giocamo?

‒ Giocamo, dice Renato. E la sua memoria si accende.

Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse senza di te. Questa domenica inizia così, con tua moglie Laura che accende la radio e mette a bollire l’acqua per il tè. Indossa la sua vestaglietta estiva coi fiori stampati, fa su e giù tra cucina e salotto con il suo panno a raccogliere peli e palle silenziose di polvere infilate negli angoli. È lei, docile. Morbida. Tranquilla. La Laura che conosci da anni, quella che dorme con la mascherina nel letto a cassettone. Insomma lei, ma non la stessa che poche ore dopo, la sera del 9 luglio 2006, fissando il televisore LCD preso in offerta da Trony, guardando la finale mondiale, avrebbe detto:

‒ Traversa, cazzo, Trezeguet prende la traversa.

Era Italia-Francia, era Berlino.

E tua moglie, Laura, lo dice proprio quando l’attaccante francese mette la palla sul dischetto del rigore. Lì, in quell’istante, Laura Uno abbandona la casalinga-Jekyll in un angolo dello sgabuzzino per diventare la tifosa-Hyde, sì: quella sera c’è Laura Due sul divano. E, su quel divano, lo dice così…

‒ La traversa, cazzo, insiste a dire mentre la guardi cercando di ricordarle che, seduta sul vostro divano, c’è anche sua sorella, suora missionaria, venuta per qualche giorno in Italia a trovarvi, prima di andare a insegnare in una scuola media in Thailandia. Insomma, sarebbe carino dire cazzo il meno possibile. Ma quando cerchi con un filo di voce di farle presente la cosa, Trezeguet ha appena tirato e lei, la tua docile silenziosa casalinga in vestaglia, come risposta alla tua richiesta di sobrietà, emette il rombo di un 747 in fase di decollo.

Sono le 22:36.

Dal dischetto hanno segnato Pirlo, Wiltord e Materazzi e tu saresti anche un po’ emozionato, forse perché potrebbe essere l’ultima occasione di godere un’emozione da finale mondiale. È vero, sì, questa cosa te la dici ogni volta, cioè che la cosa che stai facendo sarà la tua ultima. E, in fondo, anche se non puoi rendertene conto, non ancora la sera del 9 luglio 2006, è così. Ma agli occhi di quelli che non sanno chi sei, e cos’hai dentro, che sta crescendo in silenzio, sei solo uno che si lamenta come tutti quelli che pensano di morire giovani e poi arrivano a 97 anni. Poi, tra un pensiero e l’altro, arriva lui, Trezeguet, che alle 22:36 calcia il suo rigore.

Rincorsa.

Traversa.

Palla sulla linea.

‒ Edddajeeee!! urli mentre Laura ti comprime la calotta cranica. ‒ Sei una strega del cazzo, una strega del cazzo, le dici devastandole il timpano. Alla faccia della sobrietà, lo sai. E sua sorella si fa il segno della croce.

Ma non è ancora finita.

Dopo De Rossi, Abidal, Del Piero e Sagnol rimane solo lui, Fa-bbio.

Fa-bbbio.

Fa-bbbio.

Grosso mette la palla sul dischetto. Tu e Laura vi guardate come quei due che stavano sempre nudi nel film che vi ha fatto conoscere, quasi 40 anni fa – e su questo titolo la tua memoria fa cilecca per la prima volta – con un misto di eccitazione e timore, poi senza dire nulla vi capite al volo.

Il paradiso è lì, nei piedi di Grosso.

Oh, dicono Carlo e Mauro, ma volemo gioca’?

‒ Giocamo, sì.

Renato guarda le sue carte, con la faccia di chi ha in mano la Napoli a denara. Poi alza lo sguardo su Carlo e Mauro che sghignazzano, bisbigliando.

‒ Carle’, dice sottovoce Mauro, sei pronto?

Carlo annuisce.

Renato aggrotta la fronte… poi, come fosse il primo giorno del mondo, quello in cui tutte le domande non sono ancora state fatte, lo fa.

Le stesse parole da tempo.

Ma ogni volta nuove, per lui.

Lui che sul rigore di Trezeguet è lucidissimo come fosse ieri.

Lui che di ieri, invece, non ricorda nulla.

Si schiarisce la voce, come Sinatra prima di un’intervista, poi la sua memoria si spegne.

‒ Scommetto il caffè che nun ve ricordate che facevamo cinque anni fa.

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Fabiano De Micheli è arrivato su questa Terra nel 1974. Vive a Roma in 50 mq e nel suo cassetto ci sono più calzini che sogni, ma tutti morbidi e colorati. Suona (male) la chitarra e canta (peggio) le canzoni dei Led Zeppelin. Per questo scrive, almeno sta zitto. Il suo ultimo libro è Donne, Daparox e incredibili fobie (Giulio Perrone LAB).

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