“Io non lo porto l’orologio” di Anita T. Giuga

Io non lo porto l’orologio. Ho paura del buio e non mi va per niente di sapere quando sta arrivando. Mi preoccupa e non ci sta proprio che mi distragga da questo problema che si ripete tutti i giorni.
Io, ve lo dico proprio subito, non voglio lavorare e non ne voglio neppure sapere del tempo strutturato della fabbrica. Comunque, anche se non mi crederete io ci tengo all’idea un poco romantica del collettivo. Ci credo proprio che ci possiamo entrare nel tempo dell’aiuto e della condivisione che non sia culturame, ma futuro anteriore. Interruzione del tempo ordinario, del banale. Però ci sono orologi ovunque, una cosa deve sostituirne un’altra. Immediatamente.
Pertanto, l’aspirazione di rifondare un tempo discontinuo, diverso, fragrante direi, quello dell’utopia, fedele al dubbio e alla rottura prodotta da un evento, magari come quello che ha cambiato la mia e la vita di molti altri, si è stemperato. Il mio evento, al quale mi lega una fedeltà ciclica, nel senso che quel sentimento si ripete e provoca quasi le stesse sensazioni, è una morte. Un lutto che mi ha preceduto. Questa cosa degli spazi ― occupati, devastati, fragili, violenti, impossibili, contestatori, spaesanti ― non la so decifrare bene: un poco sono comuni perché per generazioni, con le tasse, con un senso anche indiretto del bene pubblico, li abbiamo ereditati e sostenuti e poi… poi non basta più e qualcuno li vende, addirittura lo stesso che li compra o li dirigerà in una forma nuova e molto datata. E li sfolla quei luoghi miei e tuoi: ce li ridà con un biglietto d’ingresso riservato. Mi scoppia la testa a pensare che dovrei prendere posizione, sapere molto di più, studiare la legislazione, i trucchi dei giuristi e dei politicanti. Ma se qualcuno fra di loro, quelli che ci credono, ma anche quelli che lottano per mestiere, mi offre quel Sapere, di “sapere”, lo trovo più giusto, più conforme alla mia idea di libertà. Certo chiedere a un artista di sentirsi parte in virtù del bene comune, come è successo qualche tempo fa in uno dei luoghi occupati, è pura illusione. Lui, l’artista, opera nella sfera della resistenza, facendo crescere l’ego, ancora di più con la disciplina; non puoi reclamare la sua rinuncia a se stesso. Offrigli un abbandono, l’esercizio dell’abbandono coperto dalle tue braccia, dal tuo teatro, dalle tue gerarchie ammorbidite. Un precipitare e un precipizio: solitario. Sempre e comunque. Poi, per me, si apre la stagione dei deliziosi equivoci ed è un fiorire di scambi e di illusioni. Benedette siano le rese alle illusioni! Ma fin da ragazzino volevo, immaginavo sempre, di sapere, sapere, volere sapere tutto.

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Anita T. Giuga è critico d’arte, ha seguito per due anni il dottorato di “Estetica e pratica delle Arti” dell’università di Catania. Ha collaborato al dipartimento di Psicologia dell’Arte del DAMS di Bologna e all’Accademia di Belle Arti di quella città. È contributor per testate di settore come Flash Art e Golem. Scrive poesie, segnalate sul mensile internazionale di cultura poetica “Poesia” e presenti nelle antologie “Memorie del sogno”, Sicily black.

 

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