È tempo di andare in Fiera del libro o no

fiera-editoria-romaAppunti sul valore e l’utilità delle fiere del libro, come la Fiera della “piccola e media” editoria Più Libri Più Liberi, che si consuma da oggi a Roma

Prima di ogni grande fiera tra gli addetti ai lavori dell’editoria è tutto un “Se non vengo che succede? Ci sono i soldi per l’iscrizione? Chi si mette allo stand? Quanti autori ci hanno chiesto di fare una presentazione? Mi si nota più se non vengo? Come faccio a mettere a frutto questa occasione?”.

“È tempo di leggere”, recita l’immagine promozionale di Più Libri Più Liberi 2014, Fiera dell’editoria di Roma, che per scherzo abbiamo modificato qui in alto a rappresentare la nostra percezione del messaggio – un ammonimento, metodo che sappiamo essere inutile e spesso controproducente.
Come nota su FN Federico di Vita, autore di Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria italiana, «tutti i giorni passati in fiera si è stati lontani dalla lettura, dai conti, dalla redazione, da casa.»
Ma la Fiera non è né buona né cattiva: c’è, e costituisce un rito collettivo che molti attendendono con trepidazione. Sta a noi esserci o no con cognizione di causa.

Partiamo da alcune riflessioni degli addetti ai lavori raccolte da Federico Novaro e Donatella Brindisi su FN, invitandovi a condividere le vostre.

«Numericamente le case editrici inutili e dannose sono preponderanti» premette Federico Novaro. Che spiega: «L’organizzazione contempla un falso ecumenismo, un non dispiacer a nessun marchio [nemmeno agli editori a pagamento], nella volontà di non perdere alcun espositore, e i suoi soldi.»

Ed ecco la conseguenza, secondo il punto di vista di Novaro: «Due mondi paralleli si sfiorano come branchi di pesci; i colti, le persone attrezzate volgono altrove lo sguardo davanti gli stand cattivi, e par loro di vedere solo cose belle; le persone meno colte – invisibili agli occhi delle prime – boccheggiano, abbandonate, e si nutrono di rifiuti tossici.»

Per evitare il pericolo di distinzioni manichee, leggiamo quell’essere “colti” come l’avere competenza del contesto: saper riconoscere nella bolgia gli editori che fanno libri che ci possono piacere, gli autori che abbiamo apprezzato, e così via.

A tal proposito, Paolo Canton, editore di Topipittori, dice su FN: «credo che l’occasionale avventore non si sentirebbe diversamente da me dinnanzi alla parata dei televisori di MediaWorld. Con una aggravante: a PiùLibriPiùLiberi non troverebbe le marche note, i loghi rassicuranti, un segnale qualsiasi che lo aiutasse a discernere dalla massa il prodotto “di qualità” (che poi non significa altro che quello adatto a lui).

Secondo Cecilia Mutti, editrice di Nuova Editrice Berti, «sarebbe utile e sensato accorpare le case editrici per ambiti d’interesse, allestendo spazi destinati all’editoria per bambini (magari con laboratori interattivi) e agli editori d’arte e saggistica (con mostre e cicli di conferenze).»
Nell’ottica di dare qualche punto di riferimento maggiore agli avventori della Fiera, aiuterebbe anche «che gli editori di narrativa fossero invitati e sollecitati a promuovere iniziative speciali legate alla fiera che andassero oltre il prendi tre paghi due.»

Secondo Marco Baleani, di Quodlibet, la sfida principale della Fiera dovrebbe essere ampliare il pubblico il più possibile: «penso che non sia possibile salvare il libro salvando semplicemente i piccoli o un qualche punto di qualità, anzi trovo dannose le battaglie identitarie che dicono: noi facciamo i libri veri, noi siamo i custodi della cultura, gli altri sono solo anonime industrie guidate dal marketing e votate al mercato. Al contrario bisogna portare acqua in questo mare, non dobbiamo arroccarci sui lettori forti, quelli che ci seguirebbero comunque e qualunque cosa accadesse: il libro, nelle sue diverse forme e accezioni, deve tornare ad essere un oggetto popolare, di consumo.

In conclusione. C’è chi, come Federico Novaro, dice agli editori “buoni”: «andatevene». Chi invece, come Filippo Nicosia di Edizioni Socrates, pensa «perché rinunciare a degli spazi, quando si dovrebbe pretenderli diversi?» Che siate conservatori, riformisti o rivoluzionari ci piacerebbe condivideste la vostra opinione con noi e con FN che ha avviato il dibattito.

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2 pensieri su “È tempo di andare in Fiera del libro o no”

  1. Siamo appena tornati dalla Fiera nazionale della piccola e media editoria, #piulibri14. Un po’ di bilanci, a partire dal balletto delle presenze, stimate in 56000, quindi circa 3000 in più rispetto all’anno precedente. Sarà il giorno in più, che forse ha permesso di spalmare il totale dei visitatori tanto da offrire a noi malevoli il miraggio di una minore affluenza, sarà il lungo ponte decembrino, ma questa edizione 2014 di Più Libri Più Liberi ci è sembrata meno frequentata di quella dello scorso anno. Amici editori non hanno riconosciuto le consuete invasioni dei corridoi citando come prova la possibilità di una tutto sommato agevole deambulazione e della scarsa coda alle casse del bar. L’unica conferma, puntuale come le tasse e la morte, ci viene dall’immancabile presentazione domenicale di Fagioli, con codazzo di un centinaio di ammiratori e seguaci urlanti e scalpitanti ai cancelli e nei corridoi del Palazzo, concentrati in una corsa allo spasimo nella ricerca di un posto libero in sala. Sia come sia, al di là delle meritorie convenzioni con mezzi di trasporto, biblioteche e così via, a mio parere per incentivare l’accesso del pubblico e l’acquisto di libri, l’abbattimento del costo del biglietto – o la sua abolizione – rappresenta uno strumento indispensabile. Una famiglia standard, due genitori più due figli, spende all’incirca 22 euro per entrare in fiera, e in tempi come questi siamo assolutamente certi che ciò si tradurrà in uno o due libri acquistati in meno all’interno. Fate un po’ i calcoli sulle 56000 presenze dichiarate. A mio avviso è un dato significativo, anche e soprattutto per una Fiera che fa della propria diversità un giusto motivo d’orgoglio: PLPL espone infatti la produzione della piccola e media editoria italiana riservandosi il ruolo di vetrina privilegiata per tutti quegli editori che anche a causa della situazione distributiva nazionale hanno uno scarso accesso alle librerie e al pubblico dei lettori. Mi preme in questo caso una precisazione, come già ne scrissi lo scorso anno. L’editoria è senza dubbio una pratica artigianale (perché la produzione di un libro ha sempre alle spalle un processo di selezione e realizzazione del prodotto) e progettuale (l’editore immagina un progetto editoriale che sia coerente tanto da un punto di vista culturale quanto da un punto di vista commerciale e lo traduce in strumenti e obiettivi), e presuppone un rischio di impresa (l’editore investe su un prodotto, come fa qualunque altro imprenditore, augurandosene un successo commerciale che lo ripaghi degli sforzi compiuti). È per queste premesse che ho in disprezzo assoluto il sintagma “editoria a pagamento” che è di per sé una contraddizione in termini. Non potremo mai comprendere il fenomeno se prima non lo avremo inquadrato in una definizione che lo spieghi al di là di ogni fraintendimento: la definizione ‘editoria a pagamento’ è infatti assolutamente ambigua, perché utilizza una parola – “editoria” – che nulla ha a che fare con la pratica dello scaricare il rischio di impresa sull’autore attraverso forme varie di contributo da parte di questi. Chiamiamo la cosiddetta “editoria a pagamento” come ci pare – “stamperia a pagamento” e così via – ma non “editoria”. Iniziative come quella del bollino NO EAP (No Editoria A Pagamento) sono ad esempio a mio parere destinate a fallire perché continuano a mantenere la sostanziale ambiguità di fondo di tale terminologia. Tale ambiguità, che può sembrare questione di lana caprina, ha invece ricadute di carattere pratico anche in occasione di manifestazioni meritorie come questa di Roma. È molto facile, infatti, imbattersi tra i corridoi del Palazzo dei Congressi in stand di “stampatori a pagamento”, spesso in posizioni di assoluto vantaggio espositivo rispetto a moltissimi editori meritevoli dell’attenzione del pubblico. La mancanza di chiarezza terminologica fa sì, infatti, che all’interno di una manifestazione che – cito dal sito – ha “l’obiettivo di offrire al maggior numero possibile di piccole case editrici uno spazio per portare agli onori della ribalta la propria produzione, spesso ‘oscurata’ da quella delle case editrici più forti” si generi un fortissimo cortocircuito ideale e pratico: il pubblico dei lettori di PLPL non avrà mai in questo caso la possibilità di capire cosa sia realmente l’editoria, se in manifestazioni come questa si consente la partecipazione anche agli “stampatori a pagamento”, accomunati agli editori sotto un unico tetto. Sia chiaro: qui non faccio un discorso di merito, ma un puro e semplice discorso di coerenza statutaria. Se la Fiera – come da statuto appunto – è una Fiera nazionale della piccola e media editoria allora occorre far partecipare solo coloro che sono davvero editori, nelle parole e nelle pratiche. Le manifestazioni come questa, infatti, devono avere per loro natura un necessario carattere formativo, oltre che commerciale. Se noi editori ci concentriamo in queste occasioni solo sul mero dato commerciale, sprechiamo allora occasioni insostituibili per parlare al pubblico dei lettori. Me ne sono reso conto proprio in questi giorni. Chi ci segue avrà notato che Del Vecchio Editore ha cambiato da un anno e mezzo circa la propria linea grafica. Nella maniera più semplice possiamo dire che i nostri libri sono diventati più colorati. Ora, moltissimi lettori che si sono accostati a noi allo stand senza conoscerci hanno dovuto confutare a se stessi una prima impressione – direi quasi subliminale – connessa alla sensazione di trovarsi di fronte a “libri per ragazzi”. A domanda diretta la risposta è stata nella maggior parte dei casi relativa al colore e alle illustrazioni in copertina. Come se il colore, la vivacità compositiva e il tratto non convenzionale rispondano a logiche estranee alla letteratura o alla stessa adultità. Il dato mi sembra interessante per due motivi. Innanzitutto perché ci indica che il rigore geometrico e il “classico” da una parte (o i volti ammiccanti dall’altra) hanno informato il nostro immaginario grafico: come se la letteratura non possa che essere “seria” e “classica” e quindi veicolata attraverso un layout “serio” e “classico”, in qualche modo rassicurante (il corollario di questo postulato è che la letteratura o i libri per ragazzi siano invece “frivoli”, cioè adatti a uno stato evolutivo inferiore: i ragazzi sono quindi in questa accezione, ancora una volta, degli adulti in miniatura, difettosi o quantomeno bisognosi di progresso). Forse sarà così. Di questi tempi occorre essere rassicurati, guidati, presi per mano e non turbati nella nostra ricerca di serenità e disimpegno. Sono felice – attraverso Del Vecchio Editore – di proporre ai lettori testi che li sfidino, che non li rassicurino, che mettano in moto il loro cervello e le loro funzioni critiche. In secondo luogo mi pare che il tema del “colore” indichi come la bibliodiversità sia oggi più che mai un fondamentale strumento di lotta alla lobotomizzazione di massa: il messaggio che molte librerie veicolano, specie quelle di catena, è che esiste solo un modo di fare editoria, un modo esposto in maniera privilegiata nella grande maggioranza dei negozi. Diventa una priorità per la vita democratica di questo Paese, invece, mostrare come esista un universo che non ha in molte librerie una sua corretta e doverosa collocazione; mostrare che se molti grandi editori o gruppi editoriali hanno smesso di fare ricerca e progetto – convinti a torto che il pubblico richieda soltanto consolazione, evasione, identificazione, stupidità – molte case editrici indipendenti fanno invece della ricerca e del progetto il cuore pulsante della propria attività, portando avanti una concezione altissima della missione editoriale. Ma attenzione, anche la parola “indipendente” è vuota se non riempita di contenuti e soprattutto di pratiche. Un esempio che ritengo interessante. Quest’anno la grafica di Più Libri Più Liberi è stata curata da Olimpia Zagnoli, un tratto molto riconoscibile, un’artista apprezzata anche fuori dai confini nazionali. C’è chi ha utilizzato per il proprio catalogo 2014, realizzato appositamente per la Fiera, una delle illustrazioni di OZ pescata su internet (o quanto meno ne ha plagiato con tutta evidenza il tratto). Non basta essere indipendenti, noi piccoli e medi editori non siamo – per fortuna – innocenti a prescindere.

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