In biblioteca per appartenere a un mondo

I senzatetto e le biblioteche pubbliche: storie, riflessioni e qualche proposta per accogliere il “problema”

MICHELE, BILAL, DAVIDE IN BIBLIOTECA

Michele ha cinquant’anni circa, è alto, spaventosamente magro, ha una barba lunghissima, il passo lento e zoppicante, gira sempre con vestiti molto più grandi di lui e un sacchetto di plastica con dentro qualcosa di piccolo, forse una bottiglietta d’acqua o un pacchetto di biscotti o una sciarpa. Trema un po’ quasi sempre e spesso parla sottovoce in modo ossessivo, da solo. Alle otto e mezza di tutte le mattine entra in biblioteca e va verso la macchinetta del caffè. Molti fanno quel percorso a quell’ora: lui è il più lento, si mette pazientemente in coda e quando è il suo turno prende il suo caffè.
Fino a quando c’erano i divanetti prima, le panchine più dure e scomode dopo, finito il caffè Michele prendeva un giornale, si sedeva e lo leggeva dalla prima all’ultima pagina. Ci metteva ore, a volte tutto il giorno. Poi le panchine sono state tolte, troppa gente ci passava le giornate, e così Michele ha smesso di leggere il giornale, forse perché non è in grado di farlo in piedi, senza appoggiarlo da qualche parte. Non ho mai capito perché non vada in emeroteca a farlo, è proprio lì vicino, non gli costerebbe niente, ma forse Michele ama la sua solitudine in quella parte del corridoio, quei tre-quattro metri da cui difficilmente si allontana. Così come tanti studenti occupano lo stesso tavolo o la stessa zona della sala studio per mesi, senza un motivo particolare.

Ho capito veramente quanto fosse importante la biblioteca per Michele l’estate scorsa, quando la biblioteca è stata chiusa per tre settimane. Per tre settimane, tutti i giorni, Michele alle otto e mezzo andava a vedere se per caso il portone si apriva. Ma quella restava chiusa. Allora attraversava la strada e si sedeva su un gradino sul marciapiede di fronte, col suo sacchetto di plastica accanto, e lì restava tutto il giorno.
Ho capito quanto fosse importante la biblioteca per Michele, e ho cominciato a riflettere su quanto sia importante Michele per la biblioteca. La sua presenza ingombrante, perché non si può non notarlo in tutta la sua povertà, nella sua silenziosa follia, nel suo dignitoso distacco, è lì per dirmi qualcosa sul senso del mio lavoro, sui principi su cui si fonda la mia quotidiana azione di organizzazione dei servizi al pubblico.

Quello che ho pensato è che una biblioteca che voglia dirsi veramente pubblica, una biblioteca pubblica che funziona, anzi addirittura la biblioteca pubblica ideale, è quella che riesce a contenere al suo interno la società che sta fuori dalle sue pareti. Tutta la società, tutte le persone. Gli accademici, i bambini, gli studenti, le casalinghe, i professionisti, le commesse e le funzionarie,  gli intellettuali, le maestre, i poveri, i solitari, i tristi e i felici. Tutti.

«Le biblioteche pubbliche sono per tutti solo se sono “abitate dalla città”. […] È pubblica quando è “abitata” e “vissuta” dai cittadini di una comunità, in tutta la varietà delle sue articolazioni sociali e istituzionali; quando la sua naturale presenza nel paesaggio urbano viene percepita come necessaria alla città ed allo sviluppo della vita associata. Ma vi è un significato ancora più radicale di questa “abitazione” della biblioteca da parte della città. Essa, per essere veramente pubblica, deve farsi “attraversare” dalle domande e dai bisogni di una collettività sociale organizzata: dai singoli come dalle aggregazioni istituzionali e sociali, dalle loro necessità di informazione e sapere, dai processi di crescita e da quelli di crisi».

Sono parole di Franco Neri, direttore della Biblioteca Lazzerini di Prato, che sulla base di questi principi ha progettato la nuova biblioteca, in una città di quasi 190mila abitanti, che accoglie 40mila stranieri.

La biblioteca pubblica è abitata dalla città, ma nello stesso tempo al suo interno si propone un modello sociale diverso, costituito da persone e non da categorie. Fuori c’è il bar malfamato, dove vanno i tossici i vagabondi e i migranti, e il bar fighetto dove  vanno gli studenti per l’aperitivo. Davanti alla macchinetta del caffè in biblioteca, ci sta Michele e ci stanno gli studenti dell’aperitivo. È l’unico posto, la biblioteca, dove possono stare vicini senza che la cosa sembri strana. Michele prende il caffè e legge il suo giornale, i ragazzi dopo il caffè tornano in sala studio. Il giornale che Michele legge probabilmente è stato letto da  utenti di tutte le categorie sociali qualche giorno prima. È lo stesso giornale che capita in mano ad alcune badanti ucraine che passano la loro giornata libera in biblioteca, ogni tanto sferruzzando con le amiche, e che lo usano per imparare l’italiano.

Bilal gironzolava in biblioteca da qualche mese. Dopo la mezz’ora giornaliera consentita su Internet a guardare gli annunci dell’Agenzia del lavoro, per il resto della giornata non sapeva dove altro andare fino all’apertura del dormitorio. Se ne stava lungo i corridoi a volte chiacchierando con i pochi altri pachistani che capitavano in biblioteca, chiedendo di tanto in tanto alla bibliotecaria se c’era bisogno di un informatico in biblioteca. Poi una volta uno studente non riusciva ad attivare il wi-fi sul suo pc, e neanche la bibliotecaria ne veniva a capo, Bilal chiese di poter dare un’occhiata, e risolse la questione in pochi minuti, e da allora ogni volta che c’è qualche problema informatico bibliotecari e utenti vanno a cercare Bilal, perché si è sparsa la voce che Bilal è un mago con il computer. Questo sarebbe potuto succedere in un posto diverso da una biblioteca, là fuori, dove Bilal era e sarebbe rimasto soltanto un “extracomunitario”? La storia con Bilal cominciò così, fu la biblioteca la prima istituzione a dargli un’identità diversa da quella dell’emarginato. Fu quella bibliotecaria la prima a mettersi in relazione con lui e a parlargli come si parla a una persona, e a un utente.

Ma poi c’è anche Davide, che tutti all’inizio detestavamo. Con il suo carattere allegro e comunicativo aveva sempre intorno un sacco di persone, tutte in biblioteca, tutti ad occupare i posti degli studenti, le poltrone e i divanetti. Guardavamo con sospetto la rete di relazioni che gli si creavano intorno. Entravano persone mai viste prima, lo cercavano, poi andavano via o si fermavano ad aumentare il gruppo che gli girava intorno. Abbiamo pensato a qualche storia di droga. Ma qualcosa non tornava. C’erano, tutto il giorno. E si vedevano, molto. E non facevano niente. A un certo punto avevano occupato un intero settore della biblioteca. Spettacolo indecoroso, sette, dieci persone che passavano le giornate nella zona adibita a “salottino”. Gli mettemmo alle costole la guardia giurata. Ma la guardia giurata interviene per le attività illegali, e loro non facevano nulla di illegale. Il clima fra gli utenti e fra i bibliotecari era diventato pesante, ogni giorno una battaglia immobile, fatta di tensione e sguardi infastiditi.
Fu Davide ad aprire la strada, la più semplice e immediata, quella della relazione. Andò dalla bibliotecaria e le chiese: perché ce l’avete con me? E lei gli disse che non c’era nulla di personale, gli spiegò per filo e per segno cosa si può e cosa non si può fare in biblioteca, come era percepita la loro presenza, quante difficoltà stava creando il loro controllo totale dello spazio relax agli utenti e al personale. Lui alla fine le disse che l’avrebbe aiutata a rimettere a posto le cose. E così è stato. Davide e i suoi amici frequentano ancora la biblioteca. Spesso anche per usarne i servizi, leggono i giornali, hanno scoperto il settore fumetti. Ma la frequentano con misura, senza stazionare troppo a lungo.
Ora quando Davide arriva, le bibliotecarie rispondono al suo saluto allegre, è diventato familiare. Giorni fa si è presentato preoccupato: potrebbe essere chiamato per un posto da giardiniere, ma non ha un cellulare. Teme di perdere questa occasione. Chiede se può lasciare il numero della biblioteca. I bibliotecari della sala ne parlano fra di loro, una si ricorda di avere un vecchissimo cellulare che non usa a casa. Il giorno dopo glielo porta. Davide proprio ieri è passato per dirci che per un po’ non si vedrà più. Ha trovato lavoro.

Non importa se per un Michele o un Bilal o un Davide ci sono dieci persone che non hanno storie così belle e che bisogna continuare a svegliare e chiedere loro di alzarsi e di andare a dormire altrove perché in biblioteca non si dorme. Alle quali bisogna spiegare senza sosta che nei bagni della biblioteca non ci si può lavare. Accetto che questo accada, lo accetto perché voglio che tutti quelli che entrano in biblioteca siano considerati persone “in pieno sviluppo umano”, potenzialmente attive e partecipi, e non categorie. E io sono al servizio di quelle persone.

UNA SOCIETÀ SANA CHE NON NASCONDE LE SUE PAURE

Torna con frequenza, più spesso da parte degli amministratori che dei bibliotecari, l’ipotesi di selezionare l’accesso alla biblioteca tramite tornelli e documento di identità. Per qualche biblioteca è più che un’ipotesi: è recente il caso della biblioteca di Mestre, per esempio.
Questo è un messaggio inequivocabile: ci sono persone a cui la biblioteca pubblica non sa e non vuole dare risposte. Persone condannate allo status sociale che vivono fuori dalla biblioteca: i migranti tutti insieme al parco, i senzatetto qua e là negli angoli riparati della città. Ognuno nel posto in cui la società li ha confinati.

Ma la biblioteca non è un ente di beneficenza, si dice spesso. No, non lo è, o meglio, non lo è se si intende beneficenza in chiave paternalistica. Questa non è beneficenza. La biblioteca è un servizio pubblico, e un atteggiamento inclusivo nei confronti degli emarginati che la frequentano è necessario per rendere davvero concreti quei meravigliosi principi enunciati nel Manifesto Unesco delle Biblioteche Pubbliche: «La libertà, il benessere e lo sviluppo della società e degli individui sono valori umani fondamentali. Essi potranno essere raggiunti solo attraverso la capacità di cittadini ben informati di esercitare i loro diritti democratici e di giocare un ruolo attivo nella società. I servizi della biblioteca pubblica sono forniti sulla base dell’uguaglianza di accesso per tutti, senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale».
E poi la nostra Costituzione aggiunge: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Il testo fondante delle biblioteche pubbliche e il testo fondante della nostra democrazia enunciano gli stessi principi. Perché la biblioteca è la democrazia.

«Nella fruizione della biblioteca si manifestano tante e diverse percezioni del ruolo sociale, prima fra tutte che la biblioteca è degli studenti, confondendo soggetto più forte con funzione sociale; oppure la biblioteca è per gli utenti “ordinati”. E invece è uno strumento ed un luogo potente per l’empowerment civile, per acquisire consapevolezza e senso della contiguità fisica e culturale», ci dice Franco Neri, interpellato via email su questo tema.

E dunque chi può entrare in biblioteca e chi no? Il pensionato che legge il giornale in emeroteca vale più o meno di Michele che legge il giornale sulla panchina? Lo studente che passa ore su Facebook perché proprio non gli riesce di concentrarsi vale più o meno dell’immigrato che su Facebook ha tutti i contatti con il suo paese d’origine? La signora che il giovedì va al mercato e poi si trova a chiacchierare con l’amica sui divanetti con le borse della spesa accanto, vale più o meno di un senzatetto con lo zaino delle sue poche cose seduto pochi metri più in là?

Ad alcuni utenti danno fastidio, lo so. Trovo qualche volta le loro proteste nella casella delle segnalazioni. A queste persone io rispondo che siamo in biblioteca, dove ogni persona ha diritto di cittadinanza alla luce del sole. Rispondo che mi rifiuto di legittimare, dentro la biblioteca, quei meccanismi fin troppo praticati all’esterno: allontanare, nascondere ciò che le persone non vogliono vedere. Perché chi non vuole i senzatetto, i migranti, gli emarginati in biblioteca non li vuole neanche fuori dalla biblioteca. Li vorrebbe forse tutti insieme nascosti da qualche parte. Tutti insieme altrove, in un altrove che sia oltre i margini della società, perché perfino sui margini, dove sono ora, si vedono e danno fastidio.

Fa paura una biblioteca pubblica che esclude alcune categorie di persone, perché oltre a impedire loro ogni possibilità di accesso alla conoscenza e alla relazione, costringe gli utenti che una casa e un lavoro ce l’hanno a una rassicurante e artificiosa rappresentazione della società, dove non esistono dissonanze, dove tutto è sotto controllo perché forzatamente tutto è su misura di persone con un posto preciso nella società.

L’atteggiamento che mette a posto molte coscienze, anche le migliori, comprese quelle di molti bibliotecari, è che il problema si risolverebbe se tutti sapessimo indirizzarli – e loro si lasciassero indirizzare – verso i servizi sociali appositamente costruiti per loro: case di accoglienza, mense, dormitori. Con un tetto, un pasto, un letto, i servizi sociali rispondono ai bisogni immediati degli emarginati, e siano benedetti per questo.
Ma una persona è soltanto la somma dei suoi bisogni vitali più immediati? Sono convinta che gli emarginati vengano in biblioteca non tanto per usare i bagni o i divani, quanto per mescolarsi, per provare a sentirsi delle persone al di là dei loro bisogni primari, per cercare un posto cui poter appartenere, un mondo di cui entrare a far parte pienamente.

Spetta ai bibliotecari trovare spazi di accoglienza e di relazione con queste persone. Gestire, e non escludere la loro presenza in biblioteca. Cercando soluzioni anche logistiche per fare in modo che tutti gli spazi della biblioteca siano aperti e per favorire la mescolanza fra le persone che la frequentano, per evitare che anche in biblioteca ci siano zone periferiche. Tenendo insieme in un unico cerchio le regole, i diritti, il dialogo e l’accoglienza. Per tutti.
Chiunque entri in biblioteca, da quel momento deve essere considerato persona “in pieno sviluppo umano”, potenzialmente attiva e partecipe, stabilendo tutti i giorni patti di convivenza in cui sullo sfondo delle regole si costruiscono identità e relazioni.

QUEL CHE FUNZIONA: L’OMEOPATIA DEL CONFLITTO

All’inizio si chiamavano “utenti esperti”. Poi hanno preso il nome di “Hope”, da homeless peers: “di pari condizione” perché provenienti da simili esperienze di precarietà e marginalità sociale. Erano noti al Comune di Trento perché utenti dei servizi destinati alle persone con disagio sociale, che in qualche modo erano anche riuscite a costruire dei percorsi di integrazione.
Gli operatori dei servizi sociali hanno cominciato  ad ascoltarli e a dialogare con loro. Dando valore alle loro proposte, ai loro bisogni, ma anche accettando il loro disagio spesso urlato, le loro chiusure, insomma tutta la difficoltà della loro condizione. Un’apertura che è diventata poi un atto di fiducia e una scommessa: coinvolgerli nella progettazione dei servizi. Infatti, facendone parte, conoscono quel mondo perfettamente, le sue dinamiche, i nomi e le storie: ne sono “esperti”.

Dopo mesi e mesi di dialogo, e grazie anche a un finanziamento provinciale nell’ambito dei progetti sulla sicurezza urbana, è stato possibile affidare loro la gestione dei dormitori – comprese le chiavi di quegli spazi – poi dei parchi più a rischio, e si sono visti anche i più attaccabrighe e refrattari al dialogo prendersi cura dei giardini in cui passavano le giornate. Poi qualcuno ha detto: perché non proviamo con la biblioteca?

Soprattutto nei mesi invernali, molti di loro passano il tempo in biblioteca. A volte sono tanti, occupano tutti gli spazi, si fanno notare. Il pubblico protesta, confondendo  spesso fruizione impropria e fruizione illegale; viene invocato l’intervento delle forze dell’ordine e alcuni si lamentano che loro, cittadini che pagano le tasse, non possono sedersi perché molte sedie sono occupate da non-cittadini. I bibliotecari si innervosiscono, difficile ogni volta difendere i servizi, discutere, svegliare chi dorme sui divani, chiedere loro di uscire. Il servizio della guardia giurata non fa che alimentare la confusione nella percezione di queste frequentazioni: un uomo in divisa e armato implica la presenza di delinquenza e pericolo.

Nessuno sapeva se la cosa potesse funzionare davvero: abbiamo chiesto agli Hope di aiutarci ad avvicinare le persone senza dimora e aiutarle a usare in modo corretto gli spazi e i servizi. A dirottarle verso luoghi più appropriati alle loro necessità, se queste non facevano parte delle finalità della biblioteca. A fare emergere le regole, insieme all’accoglienza.

Per tutti, utenti, bibliotecari, per gli stessi Hope, è stato un lento percorso di conoscenza e di riconoscimento: quelle presenze quotidiane in biblioteca sono divenute col tempo familiari. Era evidente la naturalezza con cui affrontavano i problemi, l’immediatezza con cui si mettevano in relazione con i cosiddetti “utenti impropri”, conoscendone l’alfabeto delle relazioni. Gli Hope hanno la naturale capacità di trasformare in dialogo, quindi in una forma di relazione che dà pieno riconoscimento di persona a chi vive la marginalità, situazioni molto critiche.

È subito stata percepita da tutti l’insostituibilità della loro azione, indipendentemente dalla buona volontà o dalla preparazione del personale e sempre nella consapevolezza e rispetto dei differenti ruoli. A un certo punto ci siamo resi conto che spesso erano in grado di risolvere anche altre situazioni di conflittualità, con utenti assolutamente “integrati”, di affrontare le persone aggressive, di sciogliere in pochi minuti piccole controversie che magari nulla avevano a che fare con la condizione dei senzatetto.

Il loro intervento di mediazione è efficace perché sanno porsi come “terzi neutrali”: ha sempre lo scopo di responsabilizzare e non di sanzionare l’utente; alcuni di questi “frequentatori impropri” hanno assunto consapevolezza del luogo in cui si trovavano, comportandosi in modo più corretto; non capita più così spesso che i bagni della biblioteca vengano usati per l’igiene personale o per il bucato – ci sono altri posti in città che rispondono a questi bisogni e soprattutto questa è una delle cose che in biblioteca non si possono fare: ora è abbastanza chiaro per molti.

Il “problema” dei senzatetto in biblioteca è tutt’altro che risolto: e non lo sarà mai fino a che sarà considerato semplicemente un “problema da risolvere”. Abbiamo imparato che invece sono situazioni (spesso molto diverse tra loro) da gestire, mettendosi in gioco tutti i giorni. Offrendo un caffè a Michele e chiedendo a Davide cosa c’è che non va, il giorno in cui entra in biblioteca con il muso lungo, ma anche spostando alcune poltrone dalla zona relax per metterci dei tavoli di studio, forse così il pubblico della biblioteca potrà mescolarsi meglio; tenendo in carica il cellulare di chi, fuori dal dormitorio, non ha dove attaccarlo; ma anche togliendo gli armadietti in certe zone poco visibili perché non diventino proprietà personale di chi non sa dove lasciare le proprie cose; progettando servizi consoni alle finalità della biblioteca pubblica anche per questa tipologia di utenti, e poi contemporaneamente lavorando con tutti, dentro e fuori, perché sia tutta la città, e non solo la biblioteca, a proporre e offrire risposte.

“La soluzione” è accettare la complessità, evitando di semplificare nell’alternativa dentro/fuori la biblioteca, ma interrogandoci ogni giorno sul senso del nostro lavoro, su chi è il nostro pubblico, sul rapporto fra biblioteca e città, cercando quello che fuori è più difficile realizzare: tenere insieme le diversità costruendo relazioni.

PROSEGUIAMO LA RIFLESSIONE

Nel quadro assai povero che la biblioteconomia italiana, ma anche la discussione professionale, offre su questi temi, segnalo alcune proposte:

  1. un convegno sull’accoglienza nelle biblioteche pubbliche metropolitane: il 7 aprile in provincia di Bologna;
  2. il saggio di Franco Neri “Biblioteche, soggetti, comunità” nel volume di prossima pubblicazione Le questioni della biblioteconomia, cur. Giovanni Solimine e Paul Gabriele Weston. Carocci, Roma (2014);
  3. alcune riflessioni informali sul gruppo Facebook Biblioteche bene comune.
  4.  un mio nuovo articolo sull’argomento

P.S. Ringrazio Francesca Santarelli, che mi ha spinta con fiducia ed entusiasmo a scrivere su questo argomento; Franco Neri per il proficuo scambio di opinioni e per alcuni interessanti spunti di approfondimento nati dal nostro confronto.

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3 pensieri su “In biblioteca per appartenere a un mondo”

  1. Complimenti!
    Condivido pienamente la posizione espressa nell’articolo in maniera chiara e positiva, non solo perché conforme ai princìpi affermati nel Manifesto Unesco, ma anche perché la mia condivisione deriva dall’esperienza diretta e quotidiana di quanto affermato: la realtà sociale del territorio cittadino va accettata e accolta pienamente dalla biblioteca i cui servizi devono sempre favorire la crescita umana di ogni persona.
    Con stima.
    Franco Girardelli

  2. Bellissimo articolo che rende onore alla funzione del bibliotecario. Brava Eusebia condivido completamente la tua visone.

  3. Grazie per aver affrontato questo argomento, la biblioteca qui descritta è la BIBLIOTECA!!! un luogo vivo, aperto a una intera collettività, un esempio di reale integrazione, di vera democrazia. Grazie a Franco Neri che ha concretizzato un “sogno”che spero appartenga a molti!!

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