Il mercato unico dei dati culturali

Il mercato unico dei dati culturaliCome le nuove strategie europee basate sui “big” e “open” data mirino a creare un mercato unico (economico e intellettuale) dell’Unione basato sulla circolazione e ri-utilizzo dei dati culturali.

Europeana, la biblioteca digitale europea, è un contenitore pieno di dati. Aggrega quasi 30 milioni di informazioni concernenti svariati contenuti culturali digitalizzati: libri, giornali, manoscritti, immagini, mappe, registrazioni audio, documenti sonori, video, film ecc. Un grande patrimonio di dominio pubblico messo a disposizione da una rete di oltre 2 mila istituzioni culturali europee costituita per gran parte da biblioteche, archivi e musei. Tuttavia, in base alle recenti strategie europee – avviate dalla Commissione e dal Parlamento dell’Unione – il patrimonio messo insieme da Europeana è si una grande risorsa ma ancora da sfruttare: una sorta di una macchina molto potente però ferma causa motore imballato.

Neelie Kroes – Vice Presidente della Commissione Europea e responsabile dell’agenda digitale UE – in un recente discorso, dopo aver appunto annunciato «l’era dei big data» paragonandoli al «carburante per l’innovazione e fattore energizzante per l’economia», si è subito dopo preoccupata di evidenziare come il loro effetto sullo spazio europeo sia ancora impedito dalla mancanza di un coerente ecosistema di dati. Infatti, a fronte di un aggregato UE costituito da 27 paesi, esiste un problema – rispetto a quello che si potrebbe fare con i dati – di frammentazione sia normativa che di scelte politiche tra i vari Stati membri. Un ostacolo che impedirebbe la creazione di un mercato unico dei contenuti culturali digitalizzati. Insomma, la causa fondamentale dello “stallo” di Europeana.

«La conoscenza è il motore della nostra economia, e i dati sono il suo carburante» ama ripetere Neelie Kroes, nella convinzione che per sbloccare la situazione non resta che creare le condizioni perché si realizzi quello che viene chiamato data market culturale, vale a dire un mercato unico (economico e intellettuale) dell’Unione basato sulla circolazione e ri-utilizzo dei dati culturali. D’altronde, le campagne di digitalizzazione portate avanti in questi ultimi anni nel settore pubblico (anche con partnership private) hanno generato un “diluvio” di dati. In particolare, dalle raccolte di biblioteche, archivi e musei si sono ricavate risorse informative autorevoli e di qualità (in quanto arricchite da metadati) che si pensa possano costituire la base per nuovi prodotti e servizi digitali innovativi in settori quali la ricerca, l’educazione, la divulgazione, il turismo ecc. Sono dati preziosi che – secondo la Commissione – devono solo essere “liberati”. Tanto più che a Bruxelles si stima che il data market culturale possa valere – in prospettiva – più di 3 punti di PIL e una crescita di almeno il 3% dell’occupazione.

Completare la filiera per la condivisione e utilizzo del patrimonio culturale europeo digitalizzato è dunque la priorità. Avviati già le prime due fasi – quella della produzione con la digitizzazione di massa e dell’aggregazione tramite il portale Europeana – rimane da realizzare la terza, strategicamente urgente: mettere a profitto le risorse digitali mediante liberalizzazione e ri-utilizzo dei dati. E per questo passaggio conclusivo diventano fondamentali gli open data di biblioteche, archivi e musei. Ma, pre-condizione per chiudere il ciclo è un aggiornamento normativo corrispettivo a quel «coerente ecosistema di dati» auspicato dalla Kroes.

Per supportare i big data, la vecchia direttiva 98/CE è evidente che non bastava più. Emanata nel 2003, non solo appariva in ritardo rispetto ai rapidi mutamenti tecnologici nel frattempo intervenuti, ma soprattutto denotava inadeguatezza rispetto alle specifiche esigenze imposte dalla circolazione dei dati. Con la nuova direttiva 37/2013/UE si è portato a termine l’aggiornamento normativo. Per cominciare, un’inversione a 360 gradi dell’impostazione di base: gli open data diventano obbligatori. Infatti, mentre la vecchia direttiva demandava la decisione sul ri-utilizzo o meno dei dati  ai singoli Stati membri, la nuova  invece li obbliga a renderli pubblici. Conseguentemente, l’altra grande novità: l’espressa indicazione per l’apertura dei dati di biblioteche, archivi e musei – le tre istituzioni cardini di Europeana – con lo scopo di innescare la totale condivisione del patrimonio culturale europeo.

L’obiettivo della massima interoperabilità tra i dati è il leit motiv della nuova direttiva anche mediante l’introduzione di nuovi diritti sui dati pubblici. Tra cui, il principio di riutilizzo dei dati nel rispetto della proprietà intellettuale e della privacy e il principio di disponibilità dei dati in qualsiasi formato o lingua. Ma, anche invitando gli enti pubblici all’utilizzo di licenze aperte, formati aperti leggibili meccanicamente e collegati ai rispettivi metadati.

Tuttavia, il focus dell’aggiornamento è sul data market culturale rispetto al quale Europeana dovrebbe fare da perno. La revisione delle norme sull’utilizzo del patrimonio informativo pubblico operata con la direttiva 37/2013/UE è il tentativo di agevolare la creazione di prodotti e servizi a contenuto culturale estesi all’intera Unione. Il ri-utilizzo degli open data delle istituzioni culturali europee può rappresentare quel valore aggiunto per nuovi profitti e crescita delle imprese private. Si spera che possa rappresentarlo anche per i cittadini europei che attraverso i big data culturali dovrebbero avere a disposizione un accesso non solo sempre più ubiquo ma anche “d’eccellenza” grazie alle nuove “big” procedure di analisi, elaborazione e fruizione della conoscenza.

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