Italia, patrimonio culturale senza cultura: 5 cose che possiamo fare

Italia, patrimonio culturale senza cultura: 5 cose che possiamo fareNon è una notizia che in Italia i lettori siano pochi, come pure gli spettatori a teatro e i visitatori ai musei. Anche perché non è vero. Ci sono milioni di potenziali lettori, spettatori, artigiani e artisti. Non è neanche una notizia il fatto che i nostri rappresentanti, fino ad ora, non abbiano voluto o saputo aiutare ad esprimere questa potenzialità. La notizia, mai vecchia perché vitale, è che i cittadini stanno insegnando ai rappresentanti come si fa. Ragioniamoci partendo dal principio, con l’obiettivo di cercare delle soluzioni pratiche, immediate, da mettere in atto.

È da poco stata pubblicata l’ultima ricerca Istat sullo stato della cultura in Italia. I numeri ci dicono essenzialmente e semplificando che, con le dovute (e come sempre marcate) differenze regionali:

  1. neanche una persona su due legge un libro all’anno (e anche chi legge, legge molto poco);
  2. poco più di una persona su due legge un quotidiano a settimana;
  3. un quarto della popolazione legge e si informa su internet, dato raddoppiato negli ultimi cinque anni;
  4. si spende per consumi culturali neanche un decimo della spesa complessiva, dato immutato negli ultimi anni, a fronte di un opposto andamento in Europa in cui è quasi raddoppiata (noi siamo appena prima di Estonia, Lituania, Grecia, Bulgaria, Romania);
  5. chi si trova libri in casa e a scuola è molto ma molto più probabile che diventi un lettore (ma una famiglia su dieci non possiede alcun
    libro in casa e la maggior parte di quelle che ne hanno, ne ha pochi).

Ma ci sono molte altre fotografie, sempre livide e sempre parziali, come ad esempio questa mappa dei tagli alla cultura approntata da Guardian e altre testate (tra cui La Stampa) in cui peraltro non si percepisce la gravità della nostra situazione – “Eurostat: Italia in Europa ultima per spesa destinata alla cultura”:


Sono utili questi didascalismi della crisi? Si potrebbero dire essenziali, se ci fosse qualcuno pronto a recepirli. Infatti non servono granché a chi di cultura lavora e vive e men che meno a chi della cultura pensa di non avere bisogno; ma servirebbero ai decisori, ai funzionari pubblici che tutti i giorni devono prendere decisioni di interesse collettivo e che non vivono “calati” nel mondo, ma lo guardano e analizzano da un alto scranno. Ebbene, che se ne faranno, tali funzionari, di questi dati? Presumibilmente nulla, dopo averli commentati alla stampa, e magari discussi in qualche occasione colta davanti a un pubblico di addetti ai lavori.

Abbiamo pensato di riflettere su questo punto insieme ad Annalisa Cicerchia, primo ricercatore Istat e professore a contratto presso l’Università di Roma “Tor Vergata”:

«[…] Non c’è un luogo in questo paese dove vengano pensate o ci sia una qualche attività decisionale sulla cultura. Il Ministero per i Beni e le attività culturali è nato con una vocazione fondamentale di tutela sul patrimonio (che svolge con le poche risorse che gli sono state lasciate), ma non fa assolutamente parte del mandato di questo Ministero la regia generale della cultura (come invece avviene in Francia e in Inghilterra […]). Non ci sono idee, né risorse, né ricambio generazionale. […] E d’altronde questo peso sulla conservazione del patrimonio è totalmente fuorviante, dal momento che in assenza di interesse per la cultura il “patrimonio” non può essere veramente definito tale. […]
Questo ha certamente dei riflessi sull’attività dell’Istat, che registra e risponde alla sensibilità del sistema di governo della cosa pubblica. Non c’è nessuno pronto a raccogliere il frutto delle nostre ricerche in ambito culturale, né, sogno ancora più ardito, interessato a fare committenza. A monte c’è un sistema talmente disperso e frammentato che alla fine la cultura (patrimonio, biblioteche, architettura, arti visive, grafica, artigianato d’arte, editoria, ecc.) non è di nessuno, non ne è responsabile nessuno».

Ed è sicuramente questa mancanza di “visione politica” il motivo per cui nel leggere queste e simili statistiche non si trovano risposte a domande concrete, volte a modificare lo status quo. L’informazione, analisi statistiche comprese, dovrebbe infatti il più possibile rispondere a precise esigenze conoscitive, volte a intraprendere azioni consapevoli.

Al di là delle disponibilità economiche attuali, quello che ci sembra di ravvisare è proprio la solitudine dei nostri rappresentanti pubblici. “Solitudine” nel senso di mancanza delle competenze adeguate ad agire per il meglio; assenza di consulenti idonei a valutare strategie di lungo periodo o capaci di prendere a modello esempi virtuosi di cui ignorano l’esistenza. Una soluzione, secondo Flavia Barca, da noi intervistata, sarebbe «far dialogare meglio chi fa cultura con chi fa economia e politica: basterebbe esprimere una vision di sistema sulla cultura più forte e coesa, poi sulla vision, sul progetto di una rinnovata politica pubblica su questo tema, ci si può mettere al tavolo con gli economisti; i dirigenti che fanno politiche pubbliche sulla cultura devono ritrovare rispetto e autorità nello scenario politico e amministrativo nazionale».

D’accordo che sia necessaria una visione sistemica, ma in Italia non si ragiona troppo tra alti quadri, non si scrivono troppi documenti e non si arriva mai a far incontrare chi la cultura la fa (parliamo delle avanguardie, non dei soliti nomi e interessi) con chi delle politiche culturali deve decidere le linee guida?

Queste fotografie, che tutti conosciamo, ormai assuefatti agli andamenti negativi della nostra economia culturale, come dunque possono essere utili a noi che non saremmo i loro diretti destinatari ma che abbiamo così tanta voglia di fare la nostra parte in questo contesto? Cos’altro ci dicono? Alla ricerca di un senso, proviamo, cercando di essere concreti il più possibile, a parlare di felicità.

PIL E FELICITÀ

Piccola ricapitolazione. I tagli alla cultura, in tutte le sue espressioni e funzioni, non conoscono tregua, e persino a livello europeo il programma “Europa Creativa”, principale strumento di sostegno e stimolo all’intrapresa culturale degli stati membri, sembra essere a rischio. Ma è ormai chiaro, persino al Fondo monetario, che i tagli non aiutano, anzi, peggiorano le cose. Come dice Andrea Baranes, esperto di questi temi: «L’ultimo studio del Fmi segnala [contraddicendo quanto da loro affermato fino ad allora, ndr] che tagliando la spesa pubblica il Pil diminuisce più rapidamente di quanto non diminuisca il debito. I piani di austerità non solo sono devastanti dal punto di vista sociale, ma sono nocivi anche da quello macroeconomico. Un’analisi che avrebbe dovuto portare per lo meno a un dibattito pubblico e parlamentare sugli effetti delle ricette di politica economica seguite fino a oggi. Niente da fare».

Detto questo, perché parliamo di Pil? Perché da decenni il mantra della crescita del Prodotto interno lordo è alla base di ogni politica economica e culturale del paese, nonostante sia a tutti chiaro come il Pil sia un indicatore del tutto inadeguato a misurare la qualità della vita. Il punto è questo: la felicità non è mai diventata una variabile, nelle scelte politiche. Eppure, che cos’è la politica se non la scienza di amministrare la società in modo che essa raggiunga la maggiore felicità che le è possibile?

LA CULTURA È LA SOLUZIONE

E a cosa serve la “cultura” se non a far sì che «ognuno possa vivere scegliendo il proprio percorso di senso»? (Manifesto per la sostenibilità culturale, Monica Amari, 2012).

Come ci insegnano – oltre al buon senso, è da dire – il caso dell’Islanda – che, grazie alla sua ministra della cultura trentasettenne, Katrin Jokobsdottir, invece di piegarsi all’austerity ha reagito alla crisi continuando a investire in cultura, rilanciando l’economia –, quello della Francia, di Bilbao, della Ruhr e molti altri (La cultura si mangia, Bruno Arpaja e Pietro Greco, 2013) la cultura è la migliore soluzione. Specie in un paese come il nostro, in cui il grande vero disastro, ci ricorda lo scrittore islandese Andri Magnason, è «la grande massa di giovani disoccupati, senza progetti, dei quali governo e industria si disinteressano completamente». Uno spreco di risorse senza precedenti, che nessuno ancora si è preso la briga di giustificare.

SOSTENIBILITÀ CULTURALE E CULTURA ZOMBIE

Sostenibilità significa “soddisfare i bisogni attuali senza compromettere la possibilità che anche le future generazioni possano soddisfare i propri” (Our Common Future, WCED, 1987). Sempre di più si parla di sostenibilità culturale in aggiunta a quella ecologica, economica e sociale.

Il problema è di ordine politico, anche qui, perché non possiamo parlare di cultura in generale, dobbiamo capire che tipo di idea abbiamo della cultura, prima di cercare una sua sostenibilità.

«Chi gestisce il potere, in Italia, ha paura della cultura e delle idee nelle loro forme più vitali, e osa concedergli spazio soltanto quando queste hanno perduto quella funzione trasformativa, quella facoltà di “distruzione creatrice” che è alla base dell’innovazione in tutte le sue forme» dice Pier Luigi Sacco, preside della Facoltà di Arti, mercati e patrimoni della cultura dell’Università IULM di Milano. Che continua: «la sostenibilità, tanto economica quanto politica, di questo modello, è evidentemente arrivata al capolinea».

È per questo che riteniamo che le critiche mosse da più parti alla sovvenzione statale della “cultura” siano viziate da una cattiva coscienza. Ricordiamo la recente querelle intorno al libro Kulturinfarkt e quella scaturita da un vecchio articolo di Baricco in cui, secondo noi in modo del tutto manipolatorio dal punto di vista del linguaggio, si gettava alle ortiche il concetto di bene comune sovrapponendogli l’immagine della sua cattiva gestione: «abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l’ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l’autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate».

Quasi sempre chi parla di azzerare i finanziamenti pensa a un tipo di cultura zombie – i teatri stabili in mano ai paludosi amici dei politici, le fiere del libro gestite dalle grandi concrezioni editoriali, i musei-deposito…

Bisogna invece capire come usare in fondi per sostenere e sopratutto sollecitare la cultura viva, quella fatta da persone e non da interessi economici o di rappresentanza – le letture ad alta voce negli ospedali e nelle piazze, le occupazioni-salvataggi di buchi neri del territorio, le migliori iniziative artistiche di gruppi più o meno istituzionalizzati… La soluzione per Sacco è «l’apertura di spazi reali di sviluppo professionale per le competenze giovani, inevitabilmente più pronte nel cogliere i mutamenti dello spirito del tempo e soprattutto le tendenze di sviluppo delle piattaforme culturali nell’epoca dell’economia digitale … laboratori di sviluppo locale a base culturale che siano finalmente consapevoli delle esperienze più interessanti e avanzate che si stanno manifestando nel contesto internazionale, stabilendo possibilmente legami e forme avanzate di cooperazione con esse».

5 COSE CHE POSSIAMO FARE

Produci cultura viva, semplicemente. Come si fa? Identifica il problema collettivo che trovi più grave e che tocca maggiormente le tue corde e prova a rielaborarlo, attraverso riflessione, oggetti, azioni.

Impegnati nel quotidiano per far conoscere ad altri le cose belle che accadono nel territorio in cui vivi. Sostieni le attività culturali meritevoli, non solo fruendone ma anche diventandone paladino.

Se sei un politico che si muove in campo culturale ragiona sui criteri di scelta dei soggetti degni di finanziamento. Crediamo che questo sia il punto focale di tutto il dibattito.

Firma per ottenere dall’Unione Europea una legge che obblighi gli Stati membri a destinare l’1% del Pil alla Cultura. L’Italia è infatti il fanalino di coda in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte del 2,2% dell’Ue a 27) e al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione (l’8,5% a fronte del 10,9% dell’Ue a 27) (Eurostat 2012).

Proponilo tu nei commenti:)

 

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7 pensieri su “Italia, patrimonio culturale senza cultura: 5 cose che possiamo fare”

  1. condivido tutto e mi auguro che queste riflessioni e queste sensibilità diventino presto patrimonio comune. G

  2. Una cosa piccola ma concreta ed efficace: l’eliminazione/completa revisione del Codice Urbani.
    Con questa legge scellerata, ad esempio, non è possibile fare fotografie del patrimonio culturale italiano e metterle su Wikipedia con licenza libera. O meglio, non è possibile se prima non si richiede l’autorizzazione, *per ogni monumento*, al titolare dei diritti. Dal 2012 Wikimedia Italia organizza Wiki Loves Monuments (http://www.wikilovesmonuments.it/), che quindi quest’anno svolgerà la sua seconda edizione. Come l’anno scorso, dobbiamo bussare alla porta di tutti i comuni, fondazioni, province, regioni, soprintendenze, curie d’Italia per chiedere l’autorizzazione di fotografare una facciata o una fontana. L’occasione per il Mibac stesso sarebbe enorme: aprire il patrimonio culturale alla cittadinanza, farlo fotografare e documentare su uno dei siti più visti al mondo (in tutte le lingue!), far riscoprire e valorizzare l’immenso, sconosciuto e inconoscibile “patrimonio minore”. Senza contare tutta l’innovazione che potrebbe nascere da questo: in Italia, contrariamente ad altri paesi, non abbiamo un catalogo dei beni culturali, e rilasciare le informazioni in open data potrebbe portare ad una serie di servizi fatti e curati dagli utenti in crowdsourcing (leggasi: lavoro gratis).

  3. Mi trovo con rammarico pubblicata online prima che mi sia stata data la possibilità di rivedere la parte che mi riguarda.
    In particolare, mi riferisco a questo passaggio:

    «Non c’è un luogo in questo paese dove vengano pensate o ci sia una qualche attività decisionale sulla cultura. Il Ministero per i Beni e le attività culturali è nato con una vocazione fondamentale di tutela sul patrimonio (che svolge con le poche risorse che gli sono state lasciate), ma non fa assolutamente parte del mandato di questo Ministero la regia generale della cultura (come invece avviene in Francia e in Inghilterra). Non ci sono idee, né risorse, né ricambio generazionale. E d’altronde questo peso sulla conservazione del patrimonio è totalmente fuorviante, dal momento che in assenza di interesse per la cultura il “patrimonio” non può essere veramente definito tale. Questo ha certamente dei riflessi sull’attività dell’Istat, che registra e risponde alla sensibilità del sistema di governo della cosa pubblica. Non c’è nessuno pronto a raccogliere il frutto delle nostre ricerche in ambito culturale, né, sogno ancora più ardito, interessato a fare committenza. A monte c’è un sistema talmente disperso e frammentato che alla fine la cultura (patrimonio, biblioteche, architettura, arti visive, grafica, artigianato d’arte, editoria, ecc.) non è di nessuno, non ne è responsabile nessuno»

    Non mi riconosco in questa sintesi, che non sottoscrivo – e non mi sembra giusto virgolettarlo – per cui desidero chiarire il mio punto di vista.
    Ho detto, e ripeto, che in Italia non c’è un “Ministero della Cultura”, con il compito di coordinare tutte le politiche culturali – e quindi di agire in questo specifico senso come committente pubblico di istituti come l’ISTAT – e che mancano, di conseguenza, strategie nazionali e complessive rivolte alla domanda.
    Il Mibac – l’ho ribadito più volte, svolge un lavoro eroico, con pochissimi mezzi e un compito immane, che è quello della conservazione e della tutela. Risorse umane e finanziarie ridotte ormai sotto il minimo rendono estremamente difficile che la valorizzazione e le politiche della domanda possano essere affrontate dal MiBAC in maniera adeguata alla sfida italiana e alla necessità odierna.
    Politiche della domanda, perché sia chiaro, significano orientamento e sostegno alla lettura, alla frequentazione dei teatri, dei cinema, dei musei, all’esercizio della creatività artistica in primo luogo come espressione di se’ e poi come attività amatoriale e infine anche professionale. Non possiamo fare a meno di queste politiche. I dati sulla partecipazione culturale rilevati dall’ISTAT lo dimostrano ogni anno.
    Un immenso ruolo, a questo proposito, lo svolgono i Comuni, ma i tagli feroci alle loro capacità di spesa stanno rendendo molto difficile, specie ai soggetti più piccoli, di continuare a svolgere questo compito fondamentale.

  4. È passato un mesetto dall’intervista e non mi ricordavo mi avesse chiesto di mandargliela in visione, anche perché credevo bastasse la mia fedele trascrizione della registrazione dell’intervista telefonica. Sono veramente dispiaciuta, sopratutto perché credo molto in quello che mi ha detto, e non penso da parte sua ci fosse polemica verso il Mibac né che questo traspaia dall’intervista, ma solo costruttiva analisi di una situazione che deve e può cambiare.

  5. …Ho discusso ancora del tema con Francesca, di cui apprezzo la correttezza. La sintesi presenta spesso insidie di travisamento: passaggi che sembrano accessori sono invece essenziali, e il messaggio che viene restituito è diverso da quello che è stato emesso. Penso che il mio commento serva a colmare quei vuoti che la compressione aveva involtontariamente generato.

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