La solitudine del selfpublisher

La solitudine del selfpublisherL’autopubblicazione è sempre più alla ricerca di un suo riconoscimento “ufficiale”. Gli editori, intimoriti, tentano di annetterla alle loro strategie editoriali, sfidando il significato stesso del termine (che li esclude). Ma cosa pensano degli autori autopubblicati gli autori “tradizionali”, quelli che hanno alle spalle una casa editrice? Facciamo una piccola ricognizione tra le associazioni di scrittori per capire se i selfpublisher vengano accettati tra i loro membri.

A cosa servono gli scrittori? Occorre rispondere prima a questa domanda per capire chi possa essere definito tale. Di certo la concezione che ne hanno le associazioni sembra più meccanicistica che filosofica.

IL RECENTE CASO DEL CANADA

Nel sito web della Writer’s Union of Canada (TWUC), la più prestigiosa associazione di scrittori canadesi che ne rappresenta quasi duemila, si trova questa affermazione:

«Gli scrittori sono uno dei fondamenti del settore culturale che fornisce supporto all’industria editoriale in Canada. […] mentre gli scrittori forniscono quello che va sulle pagine, gli stampatori possono stampare, gli editori possono pubblicare e le librerie possono vendere i libri».

Musica per le orecchie di ogni scrittore, ma la domanda è se anche quelli che si autopubblicano possano annettersi tale onore. Fino a ieri forse no, almeno in Canada, dato la TWUC non accettava i selfpublisher tra i suoi membri, escludendoli di fatto con una clausola che riteneva candidabili solo gli scrittori pubblicati da un editore (colui che investe su ogni libro con ottica imprenditoriale). Questa situazione è tuttavia a un passo dal cambiare; pochi giorni fa l’assemblea dell’associazione ha votato a favore della possibilità di includere gli autori autopubblicati (ecco il comunicato stampa): il voto è stato unanime e ora l’approvazione definitiva è rimessa a un referendum che sarà proposto alla totalità dei suoi iscritti. Servirà una maggioranza dei due terzi, ma a questo punto la decisione sembra presa. Tre sono però le condizioni imposte agli scrittori autopubblicati che intendano candidarsi a far parte della TWUC:

  1. i loro libri devono avere un ISBN;
  2. devono dimostrare un approccio commerciale: lo scrittore deve insomma agire veramente come editore di se stesso, non limitandosi a immettere in circolo un libro, ma investendo nella sua promozione e diffusione;
  3. devono esibire una valutazione positiva autorevole prima di essere proposti al comitato dei membri della TWUC che deciderà se approvarli sulla base dei criteri già esistenti. Abbiamo chiesto alla TWUC di chiarirci cosa si intenda con “valutazione autorevole” e quali siano i “criteri esistenti”. La prima espressione non ha ancora una definizione netta; potrebbe trattarsi di «una recensione critica in un giornale o una rivista autorevoli, oppure che il libro è stato esaminato da una sorta di giuria formata dai membri della TWUC». Quanto ai criteri, si intende che il libro sia stato pubblicato da un editore stimato; in assenza di questo la TWUC sta ancora valutando in che modo estendere il concetto di libro pubblicato professionalmente.

Questa apertura nei confronti del selfpublishing non è stata improvvisa. Un comitato interno alla TWUC ha dialogato negli ultimi anni con le sue svariate sezioni locali per sondare se ci fosse accordo in merito. Il presidente dell’assocazione Merilyn Simonds ha parlato della necessità di «dare il benvenuto a quella che sta diventando una pratica sempre più diffusa tra gli scrittori professionisti», all’interno di un «panorama letterario sempre più frammentato». Non tutti nell’associazione si sono dimostrati d’accordo. Il poeta Maurice Mierau, ad esempio, rivendica la superiore dignità di quegli scrittori che hanno dovuto competere con molti altri per accedere al catalogo delle case editrici, sottoponendosi al filtro di editor esperti a tutta garanzia dei lettori. I selfpublisher, viceversa, si sfiderebbero soltanto sul terreno delle tattiche di vendita e dell’abilità nell’autopromuoversi, le quali non hanno a che fare «con la capacità di scrivere un libro avvincente».

CHI SOSTIENE E DIFENDE IL SELFPUBLISHER IN ITALIA?

In Italia l’essere scrittore non è stato mai vissuto come prima occupazione, quella capace di fornire il reddito necessario a guadagnarsi da vivere. Probabilmente per questo, e per una difficoltà tutta italiana a pensarsi come “collettivo”, le forme associative non hanno mai assunto grande rilevanza, non essendoci interessi corporativi da proteggere ma solo singoli contenziosi con editori per il rispetto dei contratti di edizione.

Lo scenario offre l’Unione Nazionale Scrittori e Artisti (UNS), fondata nel Dopoguerra, che nel 2000 ha stretto un accordo con la Uil. Il suo Statuto all’art. 5 dice che «all’Associazione possono aderire persone fisiche, persone giuridiche ed altri enti che condividano in modo espresso gli scopi dell’Associazione». Per l’UNS nessun ostacolo quindi ad accettare gli scrittori autopubblicati che anzi, come ci hanno confermato dalla sua Direzione, «sono ammessi e accolti ben volentieri».

Altra associazione all’apparenza simile è il Sindacato Nazionale Scrittori (SNS). Nell’art. 1 del suo Statuto si sancisce che possono esserne soci «quanti svolgono attività di produzione culturale nel campo della scrittura, con carattere di provata professionalità e continuità». Qui l’atteggiamento sembrerebbe più di chiusura, anche se di certo lo Statuto è stato stilato quando l’autopubblicazione non esisteva nemmeno.

Risale al 1952 la fondazione dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali (A.N.PO.S.DI), che è «forte attualmente, di centinaia di iscritti, poeti dialettali di quasi tutte le regioni italiane» e si pone soprattutto come baluardo di conservazione della memoria e dello studio della letteratura dialettale italiana. Il suo carattere molto poco formale non fa dubitare che all’occorrenza anche i selfpublisher possano essere inclusi tra i suoi membri.

Accanto a queste forme associative di lungo corso, è nata pochi mesi fa la Italian Children’s Writer Association (ICWA), con l’ambizione di costituire un’apertura al mercato internazionale. A fondarla è stata Manuela Salvi, editor e scrittrice, che dopo averci raccontato il progetto (l’intervista) ci ha chiarito se l’associazione sia aperta agli scrittori autopubblicati:
«Bisogna stare attenti a parlare di autopubblicazione. In Inghilterra si fa una netta distinzione tra “vanity publishing” (ovvero, pagare un editore per veder stampato il proprio libro ed esporlo nella libreria di casa propria) e “self-publishing”, cioè un percorso in cui l’autore stampa il proprio libro o lo pubblica in ebook, creando una rete di lettori attraverso i media e i social media, impegnandosi nella promozione e nel passaparola. Il confine è labile ma diciamo che da noi il problema si pone poco, in quanto la vanity publishing è preponderante. Noi non escludiamo nessuna possibile eccezione, altrimenti che artisti saremmo? Ma la valutazione è ovviamente severa e deve essere basata anche su oggettivi risultati di vendita. L’ICWA ha bisogno di essere rappresentativa di una categoria di persone che scrivono per professione e non per hobby.
Il bello dell’editoria per ragazzi italiana è che si tratta di un settore molto piccolo, in cui gli editori seri e affidabili – compresi i piccolissimi – non arrivano forse a una trentina. Gli editori a pagamento invece hanno spesso delle caratteristiche riconoscibili, per esempio quasi sempre non sono presenti su Ibs o su Amazon, e questo per noi è un dato indicativo. Oppure visitando i loro siti ci si accorge che in realtà sono tipografie con un marchio editoriale funzionale all’attività di stampa. In sintesi, quando arriva una richiesta di iscrizione, la prima cosa che facciamo è una ricerca sull’autore: chi è, cosa fa, cosa ha pubblicato, con chi. E internet non mente quasi mai.»

E NEL RESTO DEL MONDO?

Per capire quanto impetuosamente soffi il vento dei selfpublisher nel mondo, abbiamo guardato al regolamento delle associazioni di scrittori più rinomate o a noi più vicine cercando indizi di come considerino l’autopubblicazione.

Nella britannica The Society of Authors i selfpublisher sembrano ammessi, ma anche qui ci sono delle condizioni da rispettare che riguardano il numero di copie vendute. Possono diventarne infatti membri «coloro che si sono autopubblicati o hanno stampato un libro col sistema del print-on-demand oppure solo in formato ebook e hanno venduto 300 copie di un singolo titolo in forma cartacea oppure 500 copie in formato ebook in un periodo di 12 mesi». Abbiamo chiesto alla Society of Authors che opinione abbia dell’autopubblicazione: «Riconosciamo l’importanza del selfpublishing per il mercato editoriale in generale, e la sua rilevanza per i nostri membri e stiamo, infatti, per tenere un seminario per loro su questo tema proprio in giugno». Per meglio chiarire ci hanno inviato la loro guida al selfpublishing (“Guide to Self-Publishing Fiction General Non-fiction Poetry and Memoirs” e “What sort of deal are you being offered”), nella quale si legge: «Se [l’autopubblicazione] consente di attrarre buone vendite e recensioni, allora potrebbe incoraggiare un editore tradizionale a interessarsi a te. Perché gli editori dovrebbero correre il rischio di pagare un buon anticipo per un libro sconosciuto, quando possono lasciare che sia l’autore ad andare in avanscoperta?». L’ottica appare insomma ancora funzionale a guadagnarsi il diritto di entrare nei ranghi dell’editoria tradizionale.

Negli Stati Uniti troviamo la potente Author’s Guild, che al pari dei cugini d’oltreoceano accetta la candidatura dei selfpublisher purché abbiano guadagnato nel giro di 18 mesi almeno 5 mila dollari.

Tutt’altra linea segue la connazionale Science Fiction and Fantasy Writers of America (SFWA), associazione che raggruppa gli scrittori di fantascienza, fantasy e simili, che stila un elenco di quelli che considera i sistemi di pubblicazione «legittimi». Per essere considerato professionale, un editore deve dimostrare, tra le altre virtù, di non incarnare «autopubblicazione, vanity press o altri tipi di editoria a pagamento» e di non aver richiesto o fatto pagare ai suoi autori  «parcelle o qualsiasi altro tipo di corrispettivo». Un autore, a sua volta, può diventare membro “attivo” o “associato” solo se ha percepito un compenso da uno dei “qualifying professional markets” (editori, ma anche riviste cartacee e online) esplicitamente riconosciuti dall’associazione, la cui lista si trova sul sito e viene costantemente aggiornata.

Andando a cercare un po’ più lontano ma restando nel mercato anglofono, in Australia la Australian Society of Authors (ASA) non fa esplicita menzione del selfpublishing; il suo regolamento sembrerebbe però includere con generosità ogni categoria di scrivente, oltreché di scrittore: «La ASA rappresenta chiunque scriva o realizzi illustrazioni per la pubblicazione. I nostri membri includono biografi, illustratori, accademici, fumettisti, scienziati, scrittori enogastronomici, storici, autori di graphic novel, scrittori per ragazzi, ghostwriter, scrittori di viaggio, autori di romanzi rosa, editor, blogger, programmatori di computer, giornalisti, poeti e romanzieri». Chi manca?

In Francia la Société des Gens de Lettres (SGDL) parla nel suo Statuto della necessità per uno scrittore di avere un «contratto di edizione» remunerato e un «libro pubblicato in volume». Su questo versante niente autopubblicazione (e niente autori di editori nativi digitali), quindi.

Anche in Spagna, nella Asociación Colegial de Escritores de España (ACE), i selfpublisher non sembrano contemplati, a meno che non «abbiano almeno un libro pubblicato da altri».

La Sociedade Portuguesa de Autores, in Portogallo, nel suo statuto sembra non ammettere gli scrittori autopubblicati. Si accetta infatti chi possa vantare un numero minimo di libri «pubblicati». Rileva anche ciò che si è guadagnato dalle proprie opere, poiché è necessario che «i diritti accreditati sul loro conto corrente abbiano raggiunto, nei tre anni precedenti alla presentazione della proposta, una media annuale il cui ammontare sarà stabilito dalla Direzione».

In Germania la Freier Deutscher Autorenverband (FDA) si rimette al giudizio delle varie associazioni regionali in cui è articolata. I selfpublisher sembrerebbero in questo caso contemplati, dato che quella di Berlino, ad esempio, ammette che «membro può essere chiunque si impegni in letteratura, riconosca lo statuto e sostenga gli obiettivi della FDA Berlino».

L’Associazione degli Scrittori della Svizzera Italiana (ASSI) recita così nel suo Statuto, all’art. 2: «Sono soci attivi gli scrittori che, facendo uso della lingua italiana (oppure di uno dei suoi dialetti) o ladina, hanno pubblicato almeno un libro presso un editore […]». Bocciatura anche qui, insomma, per gli autori che vogliono fare tutto da sé.

QUANTO VENDE CHI SI PUBBLICA DA SÈ?

Se i risultati di vendita sono così decisivi per decidere se ammettere o no un selfpublisher tra gli scrittori “professionisti”, allora è importante capire quali risultati stiano raggiungendo questi autori. Per averne un’idea può essere utile guardare ai dati condivisi da Smarshwords, ovvero quello che si autodefinisce “il più grande distributore al mondo di libri autopubblicati” (considerando però che proprio per questo la loro interpretazione non può essere che di parte). Il suo fondatore Mark Coker ha presentato al pubblico della RT Booklovers Convention a Kansas City nemmeno un mese fa quelli dal 1° maggio 2012 al 31 marzo 2013, per un totale di 12 milioni di euro su un catalogo di 120 mila ebook (che non include solo il selfpublisher ma anche piccoli editori indipendenti). I dati di vendita includono tutta la rete di distribuzione dei titoli Smashwords, quindi anche iBookstore di Apple, Barnes & Noble, Sony, Kobo e Amazon (ma quest’ultimo specifica Coker offre soltanto 200 titoli).

L’analisi di Coker dice che un aumento delle vendite è in grado di alimentare una crescita esponenziale di un titolo, ma che la maggior parte di essi vende poco. Insomma, proprio come nell’editoria tradizionale a diventare bestseller sono pochissimi fortunati. Contraddicendo poi la tanto conclamata brevità degli ebook come caratteristica peculiare, pare che a vendere di più siano invece gli ebook lunghi. La tendenza dei prezzi è quella di abbassarsi e in definitiva al fondatore di Smashwords sembra che gli autori che fanno da sé abbiano un vantaggio significativo su quelli che si affidano all’editoria tradizionale. Ciò che conta per uno scrittore è infatti, a suo avviso, fare del proprio nome un marchio: in modo tale che i lettori comprino i suoi libri e facciano di tutto per promuoverli nella loro sfera di contatti. Ecco la sua profezia:

«Gli scrittori “indipendenti” guadagnano percentuali di royalties che sono tra 3 e 5 volte superiori a quelle degli autori che si affidano agli editori tradizionali; i quali stanno vendendo i loro libri a un prezzo troppo alto. Questo significa che gli autori indipendenti, vendendo libri a prezzi inferiori, possono raggiungere più lettori e guadagnare di più. […] Prevedo che entro tre anni, oltre la metà degli ebook nella classifica dei bestseller del New York Times saranno autopubblicati. Ed è possibile che la mia stima sia perfino troppo prudente.»

In Italia dati del genere è qualificato a produrli uno come Antonio Tombolini, il fondatore di Narcissus.me, piattaforma per la distribuzione di libri autopubblicati. In una recente intervista su Affaritaliani.it faceva notare che «il self-publishing è già oggi quantitativamente “l’editore collettivo” più importante d’Italia, più importante dello stesso gruppo Mondadori». Confermando le parole di Coker, fa poi notare come i bestseller siano eventi così rari che parlarne rischia di mistificare l’idea di selfpublishing, facendolo apparire come una lotteria. Invece «cominciano a esistere (e la cosa è molto più interessante) molti autori che guadagnano costantemente cifre sempre più ragguardevoli: i 500-700-1000 e 2000 euro al mese. Una ‘classe media’, per così dire, di autori che nell’editoria tradizionale non trova più spazio, e la possibilità che si riapre per un autore di guadagnare qualche euro coi suoi libri, e magari di poter pian piano pensare di farne il proprio lavoro».
Quanto all’approccio professionale, rileva che «il self-publisher, che in Italia viene frettolosamente interpretato come ‘autore indipendente’, è invece […] anche e soprattutto un ‘auto-editore’, un editore di se stesso. E quel che sta succedendo è che molti autori indipendenti cominciano a voler fare seriamente gli editori di se stessi: preoccupandosi di produrre un ebook di qualità anche dal punto di vista tipografico, di curarne l’editing in maniera professionale, di promuoverlo con gli strumenti più adeguati in rete… insomma, nel selfpublishing si sta ricreando dalle radici la nuova editoria».

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7 pensieri su “La solitudine del selfpublisher”

  1. In che senso “da noi il problema si pone poco, in quanto la vanity publishing è preponderante” (rispetto all’autopubblicazione, credo)? Sarebbe interessante se fosse vero, ma è vero? Non è clamorosamente contraddetto dai dati di Tombolini riportati alla fine?

  2. Io mi riferisco ovviamente all’editoria per ragazzi, dove è piuttosto difficile trovare un autore che si sia autopubblicato per scelta e non perché rifiutato da tutti gli editori tradizionali. Se poi parliamo di ebook, la cosa è ancora più rara, visto che raramente bambini e ragazzi hanno accesso diretto a e-reader e carte di credito, almeno per ora, almeno in Italia. Ma la mia opinione è ristretta, ripeto, al settore ragazzi.

  3. Io penso che essere un self-publisher che va oltre il fatto di essere stati rifiutati dalle case editrici o no. Sinceramente, ritengo più disdicevole la EAP, ma anche lì ognuno la sua azienda la gestisce come vuole.

    Un libro è l’anima di chi ha preso la penna in mano e va rispettata. Il self-publisher, che ha scelto di pubblicare da solo, invece di pagare una EAP per lavarsene le mani, è da elogiare in tal senso. Il fatto che tra gli autori ci sia autoreferenzialità è innegabile (basta vedere tutti i gruppi su Facebook che si dicono letterari), ma dobbiamo anche darci la possibilità di scoprire delle perle nel self-publishing senza pregiudizi.
    Infine, una piccola riflessione sull’e-book: l’e-book non è un contentino perché non si è riusciti a pubblicare in cartaceo. E’ un modo per farsi conoscere nell’unico posto dove le limitazioni non esistono: la Rete. Tant’è che gli esperti più importanti nel settore pubblicano in e-book quando possono scegliere…

  4. ovviamente chi pubblica con EAP non è uno scrittore. Sul self-publishing la questione è molto più complessa, ma di base se nessuno ha investito su di te vuol dire che bravo non sei. Fatte salve eccezioni, ovvio, e ce ne sono, ma come regola non considererei mai i selfpublisher come scrittori.

  5. Mi complimento con l’autore del pezzo, perché il tema è trattato in modo approfondito e invece di giudicare, interroga. E se considerassimo anche la variante: quanti soldi ha pagato lo scrittore? Non mi sembra da poco. Se ha pagato 1000 euro si può forse capire con più chiarezza che si tratta di una persona che altrimenti non avrebbe una via, ma se ha pagato al massimo 50 euro per farsi convertire il proprio scritto in ebook, allora potrebbe essere solo stanco dell’editoria italiana, in cui per farsi conoscere devi già essere conosciuto, dagli editori, dagli altri scrittori… Ricordiamo che Palazzeschi esordì con il “self-publishing”! Meditiamo…

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