Geografie narranti. Sappiamo dove ci troviamo?

Puntata di Radio Terranave del 24/10/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Anna Quaranta per Tropico del Libro

otarebill_mapIn questa puntata parleremo di educazione e di come si può fare scuola con passione e dedizione, nonostante continui attacchi a questa istituzione pubblica. In particolare parleremo di geografia: le ultime riforme hanno infatti ridotto di molto le ore di insegnamento di questa materia, che in alcuni istituti è stata addirittura eliminata.
C’è però chi continua a insegnarla con passione e con strumenti innovativi e alternativi. Noi ne parleremo con Walter Cozzolino, insegnante di geografia, e alterneremo i suoi pensieri con letture di chi di geografia si è occupato o si occupa.

È una delle conseguenze del cosiddetto “riordino Gelmini”: si tratta del progressivo smembramento dell’insegnamento della Geografia; una riforma drastica, che prevede l’esistenza di questa materia praticamente solamente fino alle scuole medie. Nei licei l’insegnamento della Geografia non esiste più in forma autonoma: è accorpato con Storia in tre ore settimanali e affidato a “non specialisti” della materia. Negli istituti tecnici commerciali, poi, la Geografia che prima si studiava solo nel triennio ora si studia solo nei primi due anni. Infine, negli istituti nautici , professionali, per il turismo, e alberghieri l’insegnamento della Geografia è stato semplicemente eliminato.

C’è chi dice che la Geografia, così come la si è insegnata sempre nelle scuole, non ha più senso, in un mondo in cui la tecnologia digitale è andata così avanti da permetterci di trovare qualsiasi posto da qualsiasi luogo. Ma come sono cambiate queste mappe, questi strumenti di orientamento?

Ne abbiamo parlato con Walter Cozzolino, insegnante di Geografia alle Superiori.

Le mappe – ci racconta Walter – sono nate come narrazione, racconto, raccolta e trasmissione delle informazioni. Non erano votate semplicemente all’orientamento, perciò, ma erano innanzitutto rappresentazione di idee.

Anche oggi le nuove tecnologie digitali permettono di avere informazioni sui luoghi e su posti, ma ci chiediamo: stimolano anch’esse la curiosità di chi ne fa uso, a capire com’è fatto il mondo, come sono fatti gli altri? O si limitano invece solamente a dare informazioni sul luogo in cui si vuole arrivare?

Walter Cozzolino:

«Questi oggetti riescono a recuperare una passione, un attaccamento per la Geografia che in qualche modo può diventare un interesse per chi è lontano, da un’altra parte. Pensiamo a quelli che sono dall’altra parte del mondo, quelli che stanno in Africa o in Sud America o in Cina, in India… gli altri sono anche quelli che stanno nel paese a fianco… O riusciamo a trovare il sistema o il modo per incuriosirci degli altri, per ritrovarci in qualche modo nella conoscenza degli altri, oppure diventano degli strumenti molto sterili, non ci comunicano più niente se non una serie di segni che stanno su un foglio, su una sfera, su uno strumento.»

A rendere ancora più ricche e vive le carte geografiche di un tempo vi è il fatto che queste non erano soltanto un resoconto della verità ma erano anche il frutto della visione che era stata riferita al cartografo, rispetto a un tal luogo.

«Se poi a questo aggiungiamo che difficilmente un cartografo o un geografo nella sua vita può viaggiare per tutto il mondo per rappresentarlo, allora deve necessariamente far capo a qualcun altro che in quei luoghi c’è stato, fisicamente o attraverso uno strumento, ma che comunque mi racconta che cosa c’è da quell’altra parte e io sono lo strumento per trasferire quella narrazione, quel racconto, quelle informazioni su un oggetto che deve essere in grado poi di trasferire queste informazioni ad altre persone che, ancor meno di me, che ho un’informazione di prima mano, devono recuperare queste informazioni… e incuriosirsi e trovare un modo per viaggiare da quelle parti.»

Narrare con le mappe: con i tuoi studenti avete ricostruito un planisfero simile a quelli che esistevano nel Quattrocento.

«Abbiamo ricostruito una carta geografica del 1400 come se fosse un enorme puzzle e poi l’abbiamo riquadrata, utilizzando quelle che poi chiamiamo latitudine e longitudine ma… ehm… erano delle righe rosse. E siccome in questo planisfero erano rappresentati tutti i Paesi e le terre conosciute all’epoca, in ognuna di esse c’erano anche rappresentate città, con il loro modo di essere state costruite, oppure personaggi con il loro abbigliamento, o animali, cammelli piuttosto che tigri o elefanti, eccetera… E allora l’idea è stata quella di provare a costruire il percorso della narrazione per ricostruire una carta, ovvero, una volta individuati per esempio un punto di partenza e un punto di arrivo sul planisfero, i ragazzi dovevano raccontare ad altri il loro viaggio e questi dovevano poi disegnare quel viaggio… che è il lavoro del cartografo… no? Il quale ovviamente oggi ha a disposizione immagini, informazioni… all’epoca aveva il racconto dei viaggiatori… raccontavano di aver incontrato, di aver visto… descrivevano abitudini e abbigliamenti, modi, animali, luoghi… no? E questo gli permette di capire che su questi oggetti è possibile emozionarsi rispetto al racconto degli altri; perché il racconto non è solamente… o non è stato solamente: “sono partito da, ho attraversato queste regioni, sono arrivato da un’altra parte” ma “lungo la mia strada ho incontrato una persona che era vestita in un certo modo oppure che mangiava determinati cibi o che viveva in case fatte con un determinato materiale oppure colorate in un certo modo”. E tutto questo è un racconto. Il problema di chi ascolta è restituire queste informazioni.  Allora bisogna trovare il modo perché queste emozioni comunicate da chi viaggia trovino posto sulla rappresentazione.»

Le prime riforme della Geografia nelle scuole risalgono alla fine degli anni novanta ed è proprio in questi anni che un team di esperti e insegnanti di Geografia scrive un testo, un decreto ministeriale, di cui vogliamo leggervi un estratto:

La Geografia va intesa come luogo di transizione tra temporalità naturale e temporalità umana e come essenziale tramite di raccordo tra scienze della natura e mondo sociale. Se nelle prime fasi dell’apprendimento, tale studio avrà essenzialmente una dimensione descrittiva storico-politica, storicamente sarà finalizzato alla comprensione del sistema Terra.

«Foscolo ci parla di isole, ci racconta emozioni che sono localizzate in posti lontanissi… lontanissimi… insomma, fuori dall’Italia… no? Zante è vero che sta dall’altra parte dell’Adriatico ma se io no so dove sta quest’isola ho poco da fare, perché mi rappresenta qualche altra cosa… tutta la storia che riguarda l’indipendenza della Grecia, la partecipazione alle lotte sociali, l’evoluzione di questo Paese… tutto ciò rimane nella dimensione dell’informazione se non riusciamo a capire che questo ci può permettere di avvicinarci agli altri.
Allora quando tu parli di cittadinanza, essere cittadini vuol dire, etimologicamente, coloro che abitano nelle città, ma allora: siamo cittadini o siamo abitanti? Se siamo abitanti allora forse è più interessante, perché se siamo abitanti non siamo più localizzati, abbiamo una definizione un po’ più ampia… possiamo accomunarci, identificarci con persone che abitano questo pianeta, questo mondo e incuriosirci degli altri e mantenere per essi un rispetto. Il rispetto si costruisce attraverso la conoscenza, attraverso il rapporto, attraverso lo scambio… e questo significa che per poterlo fare ho bisogno di una relazione… e questa relazione può iniziare solo con un contatto diretto? Una conoscenza o una curiosità rispetto agli altri… Se non ho questa curiosità possiamo difficilmente parlare di relazioni o costruzione di cittadinanza. Se poi intendiamo la cittadinanza come partecipazione o “essere consapevoli di” e allora a maggior ragione abbiamo bisogno di sapere gli altri come sono, dove sono, cosa fanno, ed essi verso di noi.»

Scrive Luigi Lombardo Radice nel suo libro di didattica Ricordi di Esperienza Magistrale:

La Geografia dimostra come la costituzione geologica del suolo, le forme di rilievo terrestre, il clima, influiscono sui corsi d’acqua sulle vegetazioni, sulla forma del suolo, sulla vita umana; ci fa vedere in che misura l’essere umano sia schiavo delle forze del mondo e prigioniero della Terra, e anche in che misura può lottare e reagire; ci fa comprendere la dipendenza intima e reciproca della Terra con l’essere umano e ci rileva con ciò l’armoniosa coordinazione della vita universale.

Tra i progetti sviluppati in classe dal professor Cozzolino, vi è anche Globolocal, un progetto internazionale di liberazione dei mappamondi dai loro supporti universali per trasformarli in democratici e locali.

«Noi comprendiamo dei mappamondi che hanno un asse inclinato in un modo – ci spiegano gli ideatori del progetto – in realtà quella inclinazione è ideata da qualcuno di un paese del Nord, che ha previsto una sistemazione orientata con l’emisfero Nord nella parte alta del globo. Il progetto mira invece ad aiutare ciascuno ad avere la percezione della sua posizione, e così è stato chiesto a classi e alunni di tutte le parti del mondo di costruire il proprio mappamondo mettendo sé stessi in cima.»

Nella sua classe sono stati costruiti due di questi strumenti.

«Due, di grandi dimensioni, erano due sfere di circa un metro di diametro. Ne avevamo costruiti due per poterli poi utilizzare uno come rappresentazione sferica, l’altro per capire che cosa significasse poi trasferire una sfericità su un piano… cioè la rappresentazione vera del lavoro di chi rappresenta la superficie terrestre.
Questo ha permesso sicuramente ai ragazzi di entrare dentro alla problematica della rappresentazione. Uno perché sono stati oggetti che hanno costruito in prima persona. Due perché il problema si è posto quando hanno provato a trasferire la sfericità su un piano. Quello che è rimasto intero – perché l’altro l’abbiamo fatto letteralmente a pezzi per poterlo spianare –, essendo abbastanza grande ci ha permesso proprio di vedere su di esso cosa accade, sistemandolo alla luce del sole; che è alla base del progetto del Globolocal: trovare uno strumento che ci permetta di capire non solo quello che succede da noi in quel momento ma anche che cosa sta succedendo agli altri sulla Terra – se sono illuminati, se non sono illuminati, se si stanno svegliando, se stanno andando a dormire, se hanno un’illuminazione che dura tanto tempo, come può succedere ai poli, o se le giornate si allungano e si accorciano… no? Allora tutto questo lo vedi e non su un globo di 20-30 centimetri ma su un oggetto che è grande… tipo… ti devi anche muovere per guardare dall’altra parte della sfera, non riesci a prenderla in un solo sguardo. E questo è uno strumento che ci ha consentito di fare moltissime riflessioni su come ci muoviamo, dove siamo, chi c’è dall’atra parte, come sono messi quelli dall’altra parte, no? Oppure porsi domande del tipo: se noi stiamo in piedi, quelli che sono dall’altra parte, i famosi antipodi, stanno a testa in giù? Ma se loro stanno in piedi, siamo noi che stiamo a testa in giù? O altri che stanno messi un po’ di lato… e perché non cadiamo? Perché rimaniamo appiccicati alla Terra e possiamo muoverci su di essa?»

Scriveva Mario Gabriele Giordano sull’Osservatore Romano nel 1998:

Davvero non si comprende come, di fronte a un mondo che va sempre più divenendo comune patria di tutti, se ne voglia così ciecamente impedire un’appropriata conoscenza che dia oltretutto ragione in misura della globalizzazione in atto nei più diversi settori dell’economia, della politica, delle comunicazioni, e più in generale delle civiltà. L’obiezione secondo cui la Geografia non verrebbe eliminata ma solo distribuita in altre discipline, quali la Storia e la Scienza, è speciosa e poco convincente perché si conosce bene il destino riservato alle subdiscipline nelle concrete realtà della scuola.

A distanza di quindici anni da quell’articolo la situazione dell’insegnamento della Geografia è drasticamente peggiorata; se è vero – e siamo tutti d’accordo – che non basta avere un navigatore satellitare per non dover studiare Geografia nelle scuole, fuor di retorica ci chiediamo che cosa si perde veramente con l’utilizzo di strumenti che sono effettivamente anche molto all’avanguardia e spesso risultati utili a ognuno di noi.

«Per anni siamo andati in giro chiedendo informazioni, fermandoci agli incroci… ecco questo si è perso. Non vedi più nessuno che si ferma per strada e dice “scusi ma per andare di là?” perché siamo tutti quanti con un navigatore in mano, impostiamo il punto di partenza e il punto di arrivo, e gli possiamo chiedere di dirci la strada più breve, oppure se dobbiamo prendere una strada a pagamento o invece fare una strada statale o gratis, o se vogliamo fare una strada di campagna. Dopodiché ci dice: “fra 100 metri devi girare a destra”… Sicuramente si perde il contatto con le persone, le quali… ti raccontano ancora un’altra volta il mondo per come se lo sono immaginato. Quando arrivi in quel punto troverai quel cartello, quel negozio, quella casa… oppure spesso ti dicono ”prima di arrivare a quel punto”… sì, ma se io non so dove sto, come faccio a sapere che sono arrivato prima di arrivarci… Eppure ti stanno facendo un racconto. Ti danno degli ulteriori elementi… aggiungono… e questo è molto interessante, quando le persone ti raccontano, anche per un minuto, la strada che devi fare.
Io penso che è fondamentale da questo punto di vista il contatto con le persone e il racconto delle persone… delle proprie esistenze. Poi costruiamo anche la Geografia, le informazioni su quante persone ci abitano, se lì si producono appunto barbabietole oppure grano; forse sì, si può lavorare sulle emozioni, però dobbiamo essere in grado di ascoltarci, e di restituire queste informazioni. Quando ci arrivano dobbiamo conservarle per poterle trascrivere, disegnare, mettere su carta; però se non c’è l’ascolto tutto questo diventa difficile. Il problema è che qualcuno pensa che bisogna stare all’interno di percorsi, programmi, organizzazioni, griglie, norme… e tutto questo taglia molto il lavoro che si potrebbe fare con i ragazzi

Nel 1993 lo scrittore Tiziano Terzani decise di non prendere mai nessun aereo per tutto un anno, grazie all’avvertimento e al consiglio di un indovino cinese:

Senza più la possibilità di correre a un aereoporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere in un baleno letteralmente dovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati. Spostarsi non è stato più questione di ore, ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate a essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò. Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell’esistenza, di come, essendo una comoda scorciatoia di distanze, finiscono per scorciare tutto, anche la comprensione del mondo.

Puntata di Radio Terranave del 24/10/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Anna Quaranta per Tropico del Libro

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2 pensieri su “Geografie narranti. Sappiamo dove ci troviamo?”

  1. Per rendersi conto dell’ignoranza geografica dominante basta seguire un programma di quiz, prima del tg1!
    Non che vada meglio con la storia, tuttora presente nei programmi scolastici…

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