Libri bene comune: un viaggio da Palermo a Trento

Puntata di Radio Terranave del 09/06/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Giulia Carboni per Tropico del Libro

booqIn un’Italia in cui si legge sempre meno, qual è il panorama delle biblioteche, di questo enorme patrimonio nel nostro paese? Siamo stati a Palermo, poi a Pisa e poi a Trento, per fotografare, da nord a sud, la situazione

In questi giorni, le biblioteche del nostro paese stanno ospitando il “Bibliopride”: un evento che si concentra sull’importanza delle biblioteche, sul loro ruolo nella società. Le biblioteche rimangono infatti una chiave indiscutibile per combattere la crisi, per rilanciare lo sviluppo, sono un modello culturale realmente alternativo.

Partendo da questi assunti, un gruppo di palermitani ha deciso di aprire una biblioteca. Lo ha fatto esattamente un anno fa al centro di Palermo, al centro del capoluogo siciliano, in una via che si chiama “Vicolo della neve all’alloro”. La biblioteca si chiama Booq e oltre ad essere una biblioteca è anche un luogo di aggregazione, uno spazio libero, di cultura e condivisione.

Ce ne ha parlato Giuliana Zaffuto, una delle attiviste di Booq:

«Sì, l’idea è nata proprio l’anno scorso, intorno ad aprile-maggio. Eravamo un gruppo folto di cittadini, molti che operano nell’ambito della cultura e che sentono la carenza che ha Palermo di luoghi in cui scambiare cultura e pensiero liberamente. Però quello che noi abbiamo pensato l’anno scorso è che non ci si può rassegnare; per esempio, alla enorme quantità di spazi pubblici che non vengono utilizzati perché non ci sono le risorse, perché è tutto farraginoso, difficile…
Questo posto dove noi siamo andati a realizzare il progetto di Booq era un posto che funzionava prima, era stato assegnato a un’associazione, e poi invece per anni abbandonato; era stato richiesto da tante associazioni, ma non veniva concesso perché c’erano dei problemi strutturali, che noi abbiamo in parte risolto e affrontato con le nostre mani. Letteralmente, con le nostre mani. Lo abbiamo rimesso su e l’abbiamo reso fruibile a tutti autofinanziandoci e facendo qualche festa per raccogliere soldi, ma anche raccogliendo materiali che le persone portavano, soprattutto persone del quartiere.
A partire da questa idea, di fare una biblioteca aperta a tutti, abbiamo anche avuto un incontro con altre persone che avrebbero voluto fare una “biblioteca delle cose”. Credo che in nord europa esistano già queste realtà, si chiamano tool libraries: vai lì, puoi portare degli attrezzi che usi poco, che usi una volta ogni tanto, prenderne in prestito degli altri. E puoi anche trovare una possibilità di scambio, di saperi.
Quello che abbiamo privilegiato innanzitutto è stata la biblioteca, perché avevamo questo patrimonio librario e le scaffalature.
Abbiamo chiesto anche una mano agli artigiani e questo continuiamo a farlo perché ci piace l’idea che l’officina sia anche un posto in cui delle persone che hanno un’abilità, o delle abilità, possano anche condividerla. Ad esempio, il fabbro vicino ci aiutato facendoci a un prezzo molto basso un cancelletto.»

Booq consta all’incirca di 7000 volumi donati da cittadini e cittadine. Un gruppo di volontari poi si occupa della gestione di questo spazio che ha aperto, come dicevamo, esattamente un anno fa e da allora ad oggi ha fatto numerosi incontri a tema, presentazioni di libri, attività e laboratori. Oltre a essere un importante spazio dove si promuove la lettura, Booq è soprattutto un luogo di aggregazione, così utile a quel quartiere da quando la ludoteca è stata costretta a chiudere.

«Tutti noi lavoriamo, abbiamo altri impegni, però ci impegniamo ad aprire normalmente due mattine a settimana e in più, quando ci sono le iniziative, circa due volte a settimana nel pomeriggio o tardo pomeriggio, o quando facciamo riunioni.
C’è da dire che ci siamo ritrovati in una situazione molto particolare, perché il quartiere in cui è Booq è il quartiere La Kalsa, una parte del centro storico anche abbastanza famosa per le sue bellezze artistiche e architettoniche. Il quartiere è formato da nuovi abitanti che sono tornati con i nuovi restauri e la ripresa del centro storico, e dai vecchi abitanti che, soprattutto i ragazzini, vivono una condizione abbastanza difficile, sono spesso in strada. Questo ha fatto sì che la nostra attività, che voleva proporre un luogo di studio, sia diventato un luogo di aggregazione anche per loro.
È stato molto bello questa estate, loro non avevano scuola, venivano sempre e hanno preso in prestito anche libri, perché c’è una sezione tutta dedicata a loro.
Quindi la biblioteca è aperta, si prendono in prestito i libri, c’è un registro, anche se non sono catalogati, segniamo il fatto che abbiamo dato il libro in prestito. Rispetto al fatto di venire lì a studiare ci stiamo attrezzando, la mattina è abbastanza semplice, al pomeriggio è più difficile.
D’abitudine pubblichiamo su Facebook  gli orari di apertura e i giorni di apertura e facciamo anche una pubblicità preventiva, in modo che le persone sappiano (chi ci segue su Facebook almeno sa) che quel giorno trova Booq in funzione. Comunque devo dire che sempre – questo ci ha stupito molto in questo anno – anche le presentazioni organizzate all’ultimo minuto sono state partecipatissime. Normalmente chi viene alla presentazione di un libro si accorge per la prima volta che c’è una biblioteca e prende in prestito qualcosa, quindi stiamo crescendo per diventare un punto di riferimento.»

Per capire l’importanza del patrimonio librario della nostra nazione, basta ricordare un dato tra tutti: delle 65.000 biblioteche di pubblica lettura, in tutta Europa, quasi 6000 si trovano in Italia. Un patrimonio quindi vastissimo e importantissimo, ma che spesso non riesce a rispondere alle esigenze del territorio, come ci ha spiegato sempre Giuliana:

«La situazione è che ci sono delle biblioteche istituzionali insufficienti, nel senso che sono grosse biblioteche di conservazione. Sono delle biblioteche che, come nel caso della regionale, conservano il patrimonio della città e in più sono anche delle biblioteche che vengono utilizzate dagli studenti come luoghi per studiare e luoghi di aggregazione. Tutto questo si trova al centro storico. La biblioteca comunale è scarsamente fruita e soggetto di vari restauri e di varie chiusure, di mille impedimenti e tra l’altro non offre una vivibilità buona alla città, per cui è veramente sottoutilizzata. Non credo nemmeno che abbia avuto dei budget sufficienti per aggiornare il patrimonio, per avere libri nuovi.
In generale il concetto di biblioteca, che sia spazio pubblico, non appartiene ai palermitani.
Dopodiché ci sono tante associazioni che si sono dotate di biblioteche, che le offrono, che magari hanno anche dei temi specifici. Sono dislocate un po’ più per la città, però sono piccoli posti che vivono, anche questi, della passione delle persone che le mettono su. Quindi non abbiamo una realtà capillare di biblioteche di pubblica lettura, per intenderci. Ci sono poi dei casi, comunque sempre di attivismo cittadino, come la biblioteca dei bambini delle Balate, che si trova in centro storico e che offre un servizio specifico per i bambini, in un quartiere popolare ma anche storico, abbastanza complesso.
Ti sto parlando di biblioteche “private”. La situazione è dunque assai carente. Ti dirò di più, se qualcuno vuole leggere un libro nuovo, vuole vedere se gli piace, vuole leggere il giornale, va alla Feltrinelli, perché alla Feltrinelli, che è in centro, c’è il tavolo, c’è il bar, ci si siede e legge qualcosa.”

Giuliana Zaffuto da Palermo, della biblioteca Booq ci ha raccontato che chi vuole leggere un libro a Palermo, spesso, invece di andare in un luogo come una biblioteca, si siede in una libreria commerciale e sfoglia i libri nell’angolo bar di questa libreria. Questo purtroppo ci parla di una situazione che non è sicuramente rosea, che non offre un servizio adeguato ai cittadini. Ma che cosa accade molto più a nord?

Abbiamo scelto di intervistare una bibliotecaria di Trento, Eusebia Parrotto. Qui la situazione sembra diversa, sicuramente più positiva.

«Devo dire che il Trentino è una regione molto fortunata, perché c’è stata una fortissima sensibilità allo sviluppo delle biblioteche già dagli anni ’70. In Trentino si può contare su una rete di biblioteche pubbliche molto efficiente, che funziona, sovvenzionate dai comuni o dagli enti pubblici, con bibliotecari professionisti che si avvalgono anche di volontari di associazioni. Però, comunque, il cuore della gestione e l’aspetto importante è che sono finanziate, ci sono amministratori che ci hanno creduto e che ci credono. Naturalmente, come altrove, anche qui si risente molto della crisi, si comprano meno libri, si fanno meno servizi, c’è meno personale, però bisogna dire che il sistema regge e funziona ancora. Purtroppo so che in altre zone d’Italia non è così, soprattutto al sud. Sono molto, molto belle queste esperienze che partono dal basso e che funzionano come quella che abbiamo sentito prima e che hanno raccontato a Palermo. Devo dire che insegnano molto anche a noi che le biblioteche le abbiamo, la partecipazione dal basso è importantissima, va cercata anche nelle biblioteche che funzionano: ciascuno può portare un pezzo di conoscenza, un pezzo di relazione che può mettere a disposizione degli altri. È sempre più richiesta, da parte del pubblico, questa partecipazione e secondo me le biblioteche, anche le  migliori, anche le più efficienti, dovrebbero aprirsi alla partecipazione del pubblico perché il sapere non sta più solo nei libri, il sapere sta nelle persone. Più le persone stanno insieme, e si scambiano saperi reciproci, più la società può crescere, più la biblioteca cresce

C’è però una questione che sta molto a cuore a Eusebia Parrotto, che in biblioteca si occupa proprio del servizio al pubblico, si tratta della questione della selezione all’ingresso, caldeggiata da alcune amministrazioni che hanno pensato di prevedere dei tornelli per entrare all’interno di questi spazi pubblici, in modo da selezionare chi possa entrare e chi no.

«Ecco, questo è stato un tema davvero molto dibattuto. Tra l’altro, l’anno scorso c’era una biblioteca in particolare che ha fatto questa scelta, una biblioteca veneta. Con il mio ruolo mi confronto tutti i giorni con persone che classificano come degrado la presenza di persone migranti o la presenza di persone senza dimora, in biblioteca. Credo che la biblioteca pubblica, per essere veramente tale, se funziona, debba aprire le porte a tutta la società. Il “Manifesto delle biblioteche pubbliche”, nei principi per cui la biblioteca è nata, è proprio per permettere a chiunque voglia avvalersene di utilizzare i servizi della biblioteca, in una logica di emancipazione dal proprio stato culturale, ma anche sociale. Anche la mia biblioteca, come tutte le biblioteche di città medio-grandi, ha a che fare con questo problema. Fino a che è stato un problema, cioè qualcosa da affrontare, qualcosa la cui risposta logica era “ci sono ma non li vogliamo”, non si risolve mai questa cosa. Abbiamo invece osservato queste persone, mi chiedevo che differenza c’è tra una persona che è lì a leggere il giornale e lo tiene lì magari a lungo e un’altra persona che è lì su un divano vicino, a leggere un altro giornale, con vestiti diversi, magari con la barba un po’ più lunga. Come si fa a selezionare all’entrata le persone sulla base di come si sono vestite, del loro aspetto fisico, della loro nazionalità? Tu non sai, quando qualcuno entra in biblioteca, che cosa ci viene a fare e bisogna dare questa opportunità a tutti. E per chi ha messo i tornelli, sono molto curiosa di sapere come ha gestito questa cosa. Noi siamo stati molto fortunati a Trento perché abbiamo avuto anche la possibilità di avvalerci dell’aiuto di alcuni ex senza tetto che hanno lavorato con noi in biblioteca, per avvicinare queste persone, per lavorare con loro e aiutarle a un uso più appropriato dei servizi. Quindi è stato molto positivo questo aspetto, ma è stato positivo perché ci ha permesso di conoscere queste persone quasi una per una, non più una categoria da accogliere o da respingere, ma semplicemente delle persone, con delle loro esigenze, con il proprio vissuto, che hanno pari dignità di utilizzo dei servizi della biblioteca come tutti gli altri.»
[Articoli di Eusebia Parrotto sull’argomento]

La selezione, secondo Eusebia, sarebbe molto pericolosa, ci sono tantissime persone, infatti, che grazie alla biblioteca hanno imparato l’italiano oppure l’informatica. Nel Rapporto sulla promozione della lettura curato dal Forum del Libro nel 2013 si parla addirittura della lotta agli analfabetismi che nelle biblioteche si fa. Analfabetismi tecnologici e informatici, ad esempio. La biblioteca è chiamata a combatterli attraverso corsi di informatica, per esempio.
Un’ altra forma di analfabetismo che si può combattere in biblioteca è quella dell’analfabetismo funzionale, lo leggiamo sempre dal rapporto di promozione della lettura. Parliamo di quelle persone che sanno riconoscere le parole ma faticano a interpretarne il senso, faticano ad esempio a capire un articolo di giornale o a leggere una frase. Persone che hanno avuto magari un percorso scolastico irregolare, concluso troppo presto, e non hanno quindi coltivato la lettura. Secondo molti studiosi, come ad esempio Tullio De Mauro, l’analfabetismo funzionale tocca il 70% della popolazione, ciò significa che un numero enorme di persone regredisce con facilità. Persone capaci di leggere un cartello stradale, ad esempio, o la marca di un prodotto, ma che sono in difficoltà con la lettura di un libro o di un semplice orario ferroviario.
Che cosa c’entra la biblioteca con questa forma di analfabetismo? Secondo il Rapporto c’entra molto: esiste un’ovvia e forte correlazione tra le competenze informatiche funzionali e abitudini specifiche come frequentare una biblioteca o una libreria. Forse è anche per questo fattore che leggere, nel nostro paese, è un’abitudine solo per una ristretta minoranza di persone.

Cosa possono fare le biblioteche per combattere questo andamento e cosa già fanno? Ci sono corsi di tutti i tipi, corsi per apprendere una lingua, come ci raccontava Eusebia, ma anche corsi per ricostruire la storia di una comunità.  La biblioteca è poi anche un posto dove incontrare persone differenti da noi, per capire, per confrontarsi con storie e culture diverse, per abbattere pregiudizi troppo spesso dovuti solo all’ignoranza.

«Davanti alla macchinetta del caffè, un mesetto fa, mi si è avvicinata una persona che io conosco bene perché è una persona che io vedo spesso in biblioteca, evidentemente è una persona senza fissa dimora, con qualche difficoltà sociale, che mi chiedeva dei soldi. Gli ho dato la moneta che avevo in quel momento lì e da lì è partita tutta una conversazione in cui lui mi raccontava della sua malattia recente, era stato operato di recente per un tumore. Ho conosciuto altre persone che hanno avuto questa malattia, quindi sapevo bene di cosa parlava. E così si è sviluppato un dialogo tra noi due molto naturale, molto piacevole, con delle dinamiche che non hanno quella alterazione, quella artificiosità che c’è tra la categoria del senza tetto e la categoria della persona normale che sta lavorando. Semplicemente eravamo due persone normali davanti alla macchinetta del caffè. Questa persona mi ha raccontato della sua malattia, della sua vita e ci siamo lasciati con un sorriso, bevendo il caffè insieme e anche con qualche parola di speranza. Questo mi ha fatto riflettere moltissimo sul fatto che solo in una biblioteca possono capitare cose di questo tipo, cioè non mi pare che ci siano altri posti, altri luoghi sociali, altri luoghi d’incontro in cui è così naturale che due mondi così opposti, così lontani, si avvicinino e non si percepisca nessuna barriera. Tra una persona che vive ai margini della società, come è purtroppo per i senzatetto, e una persona integrata e tra virgolette normale.»

Sempre secondo il Rapporto sulla promozione della lettura, nel 2012 solo il 46% degli italiani ha letto almeno un libro nel corso di un anno. Un dato molto significativo che ci fa pensare che sicuramente la presenza di biblioteche nel paese è veramente importante, ma non solo la presenza di biblioteche, ma la promozione di queste stesse e la facilitazione a usufruirne, perché questo, come vediamo, non sempre è possibile.

Noi, tra Palermo e Trento, ci fermiamo a Pisa, la città con maggior numero di libri per abitante d’Italia, grazie appunto alle numerose biblioteche esistenti. Vogliamo raccontarvi di una biblioteca in particolare, si tratta di un’altra esperienza di biblioteca nata dal basso, dall’iniziativa di cittadine e cittadini, la Biblioteca Serantini.

Franco Serantini, giovane libertario che amava leggere, era un appassionato di editori di libri, morto il 7 maggio 1972, nel carcere di Don Bosco, in seguito al pestaggio subito da parte delle forze dell’ordine, mentre partecipava a una manifestazione antifascista.
Parliamo della storia della Biblioteca Serantini con Furio Lippi:

«La biblioteca nasce nel 1979 su un fondo di circa 1500 libri lasciato alla Federazione Anarchica Pisana da un operaio conciario autodidatta. Già di suo era una cosa molto interessante l’idea di come un operaio conciario avesse certi interessi, certe capacità. Ci sono libri in varie lingue, dalla politica, alla letteratura alla calligrafia. È nato all’inizio con un fondo dedicato soprattutto all’attività politica, però piano piano prende poi un indirizzo di biblioteca, di vera e propria biblioteca, di vero e proprio centro documentazione e vive fino al 1992 presso la Federazione Anarchica Pisana (che era in un palazzo occupato di Pisa). Poi a quel punto riesce a ottenere una convenzione con la provincia e viene dato spazio in questo locale-liceo dove c’era anche la biblioteca provinciale.»

E anche da questa seconda sede, però, ci racconta Furio, la biblioteca ha dovuto traslocare. Oggi si trova in un altro spazio, nello spazio dell’archivio dell’università, sito però fuori Pisa e quindi difficilmente raggiungibile dagli utenti. Un peccato, perché il patrimonio complessivo della biblioteca Serantini è giunto a contare complessivamente circa 42000 monografie e 5000 testate di periodici e numeri unici, con una presenza di materiale in lingua straniera, 6000 fotografie e cartoline illustrate, 5000 manifesti e tazebau, migliaia di volantini.

Puntata di Radio Terranave del 09/06/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Giulia Carboni per Tropico del Libro

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