Pane e poesia: versi di convivialità

Puntata di Radio Terranave del 27/03/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Mariagrazia Besutti per Tropico del Libro

frasi-muroParliamo di poesia; la poesia come arte del popolo e per il popolo, ma anche come elemento fondamentale di crescita dell’individuo umano, come veicolo di comunicazione etica e come esercizio all’ascolto. In particolare, lo faremo affrontando una delle tante forme di poesia, l’improvvisazione poetica. Nel corso della puntata sentirete i canti dei poeti dell’ottava rima e alcune canzoni di Fabrizio De André. Il cantautore, infatti, a diciotto anni lesse una raccolta di poesie, l’Antologia di Spoon River, ritrovando se stesso in alcuni personaggi; e scelse perciò nove di queste poesie, di cui rielaborò i testi, scrisse le musiche e le raccolse, poi, in un album dal titolo Non al denaro non all’amore né al cielo.

L’improvvisazione poetica – scrive un nostro affezionato radioascoltatore – è un’arte popolare-conviviale della parola. Come arte è necessaria al popolo in quanto liturgia laica, garante di valori e identità attraverso un vettore estetico. Come popolare si trasmette per tradizione diretta fra persone nell’ambito di una comunità di pratica, una bottega sociale. Come parola crea un senso condiviso di cui la maestria di alcuni è portavoce, favorendo un’ecologia del vivere umano.

Partendo da questo spunto siamo andati a parlare con un poeta improvvisatore, Marco Betti. Da anni Betti si cimenta nella cosiddetta ottava toscana, cantando in pubblico questa strofa di otto versi. Funziona così: gli ascoltatori scelgono un tema e il poeta improvvisa a braccio. Il tema che noi abbiamo dato a Marco Betti per iniziare è stato proprio quello dell’ottava.

Marco Betti:
«L’ottava è una stanza eccezionale / che dal Trecento viene improvvisata. / Il primo, il terzo e il sesto o’ l’hanno uguale. / Agli altri tre la rima viene a te ‘enerata. / Poi dobbiamo occuparci del finale, / che gli richiede la rima baciata. / Ma per non costringe’ il vate a chiede’ scusa, / l’ultima rima non dev’esser chiusa.»

Poche regole, perciò. Una strofa è composta da otto endecasillabi rimati: sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata. Il poeta che segue il secondo parte dall’ultima riga del suo predecessore; perciò la rima non deve essere chiusa. Marco Betti ci racconta che si è avvicinato a quest’arte ben presto.

«Mi sono avvicinato all’arte dell’ottava rima ascoltandola fin da piccolo… perché ascoltavo cantare certi vecchi del paese dove abitavo, un piccolo paese della Valtiberina che si chiama Caprese Michelangelo. Per cui, ci sono questi poeti che s’incontrano… che discutono anziché come facciamo noi adesso, ma… improvvisando delle ottave, delle vere e proprie stanze poetiche.»

Legata alla cultura dell’oralità e praticata soprattutto presso le comunità rurali, l’ottava sopravvive ancora in Toscana e nel Lazio.

«Diciamo che viva-viva in Toscana è rimasta soltanto lungo la costa della parte… della Maremma, dove quest’arte non è mai andata scomparendo. In altre zone della Toscana, via via, è declinata per ragioni di carattere socio-economico; per cui è sparita la civiltà contadina, per cui mi si è molto modificata la forma economica di gestione. Prima c’era un’economia di villaggio, per cui un’economia più chiusa, e la gente era più portata a incontrarsi. Oggi siamo anche attratti da altre forme di comunicazione e ci muoviamo di più, e c’è forse minor tempo e minor voglia d’incontrarci.»

Per continuare a mantenere in vita questa tradizione, da molti considerata uno strumento prezioso di comunicazione e confronto, Marco Betti come altri poeti improvvisatori toscani organizza, tra l’altro, dei laboratori nelle scuole.

«Quando riescono a entrare nel meccanismo, riescono anche a capire che potrebbe essere una forma di espressione a fare certe forme d’improvvisazione che oggi i ragazzi conoscono bene, mi viene in mente il rap. Allora si avvicinano in maniera meno diffidente e riescono anche a tirar fuori delle belle storie. Il valore aggiunto, al di là dell’importanza che ha l’ottava rima storicamente per l’Italia – perché, voglio dire, è proprio pregnante della nostra cultura – è che un retaggio, che arriva, così come la conosciamo oggi, dai tempi del Boccaccio, ma già ai tempi degli Etruschi e dei Romani s’improvvisava. Quello che porta è un esempio di comunicazione etica. Voglio dire… due poeti che comunicano, improvvisando, innanzitutto non si parlano addosso, come oggi capita di vedere, soprattutto ultimamente nei media; ognuno rispetta il proprio turno e soprattutto è obbligato ad ascoltare, perché la rima che viene lasciata da un poeta deve essere ripresa dall’altro nella sua ottava. Per cui, è un esempio chiaro e lampante di comunicazione etica

Un esempio di comunicazione etica, la definisce Betti, e a volte anche un modo pacifico di risoluzione dei conflitti e delle divergenze di pensiero. Così come accade durante i contrasti, le ottave danno vita a delle vere e proprie gare di versi improvvisati, in cui due o più poeti sostengono la propria posizione su temi specifici. Qui, ad esempio, Mauro Chechi e Pietro Deacutis si confrontano su pane e poesia. Deacutis è il pane e Chechi la poesia.

Pietro Deacutis:
«Sebbene io canti della poesia, / sebbene cerchi a volte rime arcane, / non è distante questa rima mia / quando si tratta di prendere il pane. / Comunque esso sia fatto e quale sia, / rende le rime tutte più certame / perché senza lo massimo alimento / perdo la rima e io perdo l’accento.»

Mauro Chechi:
«Te porti molto bene l’argomento, / anzi devo dire metti la passione. / Per questo quando dai gli ottavi al vento, / senti dentro di te tant’emozione. / Di parlar di poesia qui sono contento. / Pensa che ho fatto l’organizzazione, / perché gli amici non vadano via, / metto musica vino e poesia.»

Scrive Benedetto Croce:

La poesia riannoda il particolare all’universale, accoglie sorpassandoli del pari dolore e piacere, e di sopra il cozzare delle parti contro le parti, innalza le visioni delle parti nel tutto: sul contrasto l’armonia, sull’angustia del finito la distesa dell’infinito. Questa impronta di universalità e di totalità è il suo carattere, e dove pare che vi siano sì immagini ma questo carattere sia debole e manchevole si dice che manca la pienezza dell’immagine, l’immagine suprema, la fantasia creatrice, l’intima poesia.

Betti: «Il poeta, perlomeno nelle comunità rurali di cui parlavamo prima, era un po’ il portavoce della comunità. Era colui che, comunque, aveva l’abilità d’improvvisare e, nell’improvvisare, di captare un po’ i pensieri di tutti… della società, e di tradurli in poesia in una maniera del tutto… come dire… immune alle ire dei personaggi, magari presi a scherno o satirizzati durante l’improvvisazione. Per cui, era sì un gradino superiore, perché comunque possedeva quest’abilità che non era patrimonio di tutti.»

Ma il poeta è anche colui che parla del quotidiano e lo fa stando in mezzo alla gente senza nessun senso di superiorità. Scrive ancora Benedetto Croce:

Poetici non sono solo gli Ettori e gli Aiaci e le Antigoni e le Didoni, e le Francesche e le Margherite, i Macbeth e i Lear, ma anche i Falstaff e i Don Chisciotte, e Sancho Panza. Il più umile canto popolare, se un raggio d’umanità vi splende, è poesia e può stare a fronte di qualsiasi altra e sublime poesia.

Betti: «Quello che rende forte, secondo me, questa tradizione, questa pratica, è la comunità. Per cui, se la comunità in qualche modo riesce a definirsi e a riconoscersi e a ritrovarsi in qualsiasi territorio, che può essere anche il quartiere di una città, perché no. Certi sono punti di  aggregazione… allora il poeta può diventare in quel preciso momento anche un altro punto di aggregazione.»

Ci sono molte nubili al mondo con un bambino o due o tre e ci si chiede dove siano andati i mariti o dove siano andati gli amanti lasciandosi dietro tutte quelle mani e quegl’occhi e quei piedi e quelle voci. Quando passo per le loro case mi piace aprire la credenza e guardarci dentro oppure sotto il lavandino o in un armadio. Mi aspetto di trovarci il marito o l’amante che mi dica “Ehi, bello. Non hai notato quelle smagliature? Ha le smagliature! Le tette flosce. E mangia sempre cipolla, e spetazza. Ma io so fare un po’ di tutto. So aggiustare le cose, so come usare un tornio a revolver e mi cambio l’olio da solo. So giocare al biliardo, al bowling e finire quinto o sesto in qualsiasi maratona campestre. Ho un assortimento di mazze da golf, becco la buca da dilettante e so dov’è il clito e che cosa farci. Ho un cappello da cowboy con le falde che si drizzano ai lati. Ci so fare con il lazzo e a cazzotti e conosco gli ultimi passi di ballo”. E allora gli dico “Guarda stavo proprio per andarmene”, e me ne andrò prima che possa sfidarmi a braccio di ferro o a dir zozzerie e che mi mostri il guizzante tatuaggio sul bicipite destro. Ma in realtà nelle credenze trovo soltanto tazzine da caffè e grandi piatti marroni incrinati e sotto il lavandino un mucchio di stracci irrigiditi e nell’armadio più attaccapanni che abiti. Ed è soltanto quando lei mi mostra l’album di fotografie e le foto di lui, carino come un calzascarpe o un carrello del supermercato con le ruote non fissate, che i miei dubbi svaniscono, e le pagine girano e c’è una bambina su un’altalena con un vestito rosso e c’è l’altro bambino che rincorre un gabbiano a Santa Monica. E la vita comincia a essere triste e non pericolosa e perciò buona abbastanza per farti portare da lei un caffè in una di quelle tazze senza che lui balzi fuori.

È una poesia di Charles Bukowski dal titolo “Realtà e Immaginazioni”, tratta dalla raccolta L’amore è un cane che viene dall’inferno, a introdurre Raffaele Mantegazza, professore associato di Pedagogia interculturale presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’università di Milano Bicocca. Mantegazza, sul rapporto tra reale e poesia, ha ragionato a lungo.
La poesia scopre il reale nel momento in cui lo inventa e lo crea di nuovo. E viceversa essa mette al mondo il nuovo nel momento in cui scopre fratture, faglie e zone d’ombra in ciò che già esiste, scoprendolo al contempo come già dato e come nuovo. La verità della poesia – conclude Mantegazza – sta nella tensione tra questi due poli. Proprio per questa capacità di scoprire il reale, la poesia ha un ruolo fondamentale nella crescita e nell’educazione di un individuo.

Raffaele Mantegazza: «Prima di tutto la mia idea di educazione è legata all’idea che l’educazione costruisce il nuovo… genera il nuovo, e quindi è proprio un processo poietico, di creazione di qualcosa di nuovo, di creazione dell’inedito. Noi davanti a un bambino mettiamo in campo… o a un adolescente, un ragazzo… mettiamo in campo dei processi e non sappiamo bene, per fortuna, esattamente dove andranno a finire. E quindi l’educazione è più simile alla poesia e all’arte che alla scienza, senza nulla a togliere a quest’ultima. L’educazione mette in campo dei processi che poi hanno una loro articolazione e, avendo a che fare con un essere vivente come un essere umano, prendono delle direzioni che noi possiamo seguire e assecondare. Un po’ come una poesia, che ha sicuramente le sue regole, a volte anche molto rigide, però parte da un processo creativo. Quindi, l’idea che accomuna educazione e poesia è l’idea del nuovo, della speranza, dell’utopia, se vogliamo.»

Sul tema Mantegazza ha scritto anche un libro, Educazione e poesia, edito da Città Aperta. In precedenza il professore si era dedicato a studi in cui affiancava al concetto di educazione e pedagogia degli aspetti concreti della vita come, ad esempio, lo sport e la natura. Gli abbiamo chiesto perché questa volta ha deciso di affiancargli la poesia.

Mantegazza:
«Molto spesso noi dimentichiamo, questo purtroppo molto spesso anche nelle scuole, che i bambini, i ragazzi, ma anche noi, siamo corpo, e nel rapporto con gli oggetti quotidiani o anche con gli oggetti mai visti prima mettiamo in campo tutta la nostra immaginazione, tutta la nostra fantasia e costruiamo un mondo nuovo. Chi vede un bambino giocare con la riloga della tenda, piuttosto che col tappo dell’acqua minerale, vede questo straordinario processo. L’educazione dovrebbe assecondare e stare di fianco al bambino e al ragazzo in questa capacità di dare nuovo significato agli oggetti. Quello che io vedo oggi, e per questa cosa sono molto preoccupato, è esattamente il contrario. Cioè una pedagogia che inseguendo una certa idea di scienza… che non è la scienza, certamente non è quella di Einstein, per fortuna di Einstein… inseguendo una certa idea di scienza abbandona tutti i processi immaginativi, i processi che non ritiene quantificabili e diagnosticabili e quindi perde tutta la missione poetica della realtà.
La scuola sembra un po’ un Re Mida al contrario, no? Il Re Mida tutto quello che toccava diventava oro. A volte tutto quello che si fa in classe diventa noioso, pedante. Laddove invece questo non accade, e in molte scuole per fortuna non accade, è quando l’insegnate parte dal mondo degli interessi, dal mondo vitale del bambino. Allora, se io presento “[A] Silvia” di Leopardi a degli adolescenti… quindi… a delle ragazzine che hanno, vivono il problema della loro bellezza, e sanno che questa bellezza però è destinata a sfiorire (quindi Silvia che muore giovane)… e [a] dei ragazzi, che hanno il problema del loro corpo, della loro inadeguatezza (quindi Giacomo Leopardi che sa di essere… insomma… poverino un po’ deforme), se parto da questo, che è un problema di tutti i giovani di tutte le epoche, sono convinto che i ragazzi apprezzeranno, capiranno, s’identificheranno col messaggio poetico. Che naturalmente non è soltanto questo, per la carità, però… ecco… la poesia è forse fra tutte le arti quella più adatta a essere ancorata ai problemi esistenziali di ognuno di noi, in particolare dei ragazzi in classe. Io dico sempre che… ma anche la matematica, la fisica, la chimica, che sono scienze stupende… se non partono da una domanda concreta, esistenziale del bambino, del ragazzo non vengono imparate, oppure vengono imparate per prendere il voto… ma insomma. La poesia ci aiuta, perché scrivere una poesia vuol dire dare risposta o meglio riformulare meglio una domanda profonda che abbiamo dentro.»

Mantegazza ha fondato un gruppo di ricerca che s’interroga attorno alle categorie di una possibile pedagogia della resistenza. Spiegando il concetto di pedagogia della resistenza, il professore dice che è importante riscoprire la parola.
La riscoperta della parola sacra in un’epoca di idolatrie [è vista] come forma di resistenza al dominio e alle sue mostruosità linguistiche.
Gli abbiamo chiesto se la poesia può essere utile a questo processo.

«Certamente, la poesia è utile, perché la poesia sblocca quel di più che c’è nella parola, che è poi il compito della metafora. È interessante notare come tutti i grandi fondatori di religioni – mi occupo molto di dialogo interreligioso – tutti i grandi fondatori di religioni si esprimono in metafore, tutti, o in narrazioni, in racconti, in parabole, cioè prediligono e scelgono una forma di comunicazione che mette in movimento le parole. Noi a volte tendiamo a cristallizzarle, a cercare la definizione… che va bene, certo che serve… però [tendiamo a] bloccarle lì, basta. La parola, a un certo punto… la parola “libertà” è quella cosa lì. La troviamo [sì] sul vocabolario, ma per fortuna non è [soltanto] così, perché le parole hanno una vita. Allora, la mia idea è di resistere col linguaggio proprio a tutte le forme linguistiche che tendono a cristallizzare il significato delle parole. Anche perché chi cristallizza il significato delle parole molto spesso è chi ha un potere e lo fa per gestire con più forza il suo potere. Quindi, la resistenza come… se vuole anche… imparando la lezione dei surrealisti… ridare un significato anarchico alla parola. La parola è anarchica, non rispetta le regole. Le vuole, ma poi le viola. È questa la grandezza di tutta l’arte del Novecento, di tutte le avanguardie del Novecento.

Noi concludiamo questa puntata dedicata alla poesia con un ultimo ospite, Domenico Gamberi, anima della Festa della Poesia Estemporanea di Ribolla, un’iniziativa che esiste dal 1992 e che ogni anno raccoglie poeti da ogni parte d’Italia, che per un giorno intero gareggiano a suon di versi in ottava rima di fronte a centinaia di persone. Un modo particolare per ricordare le tradizioni del territorio.

Domenico Gamberi: «Nelle nostre zone non c’era una famiglia, negli anni Settanta… Sessanta… Cinquanta, che non cantasse in versi o che non parlasse in versi. [L’ottava rima] l’ho conosciuta proprio nel canto del fuoco quando la sera la cantavano, si davano alle sfide e parlavano tutto in rima… Tutto, ha capito? Ci si conobbe con Corrado Parottini e si decise di veder muovere un pochino qualcosa e poi si è mosso. Qualcosa di buono mi pare sia sortito fuori.
Il pubblico manda il tema, noi si fa i bigliettini, viene tirato a sorte dai poeti prescelti che devono fare un tema e a chi tocca il bigliettino, la parte la deve mantenere bene cantando. Si gira sempre intorno ai 20-30 improvvisatori, dai giovani a più esperti. L’anno scorso si è fatto con le scuole una prova, due ottave fatte formare dai bimbi della scuola, era una quinta elementare, dove cantavano nel verso di Bernesco e poi due ragazzini cantarono in rap le stesse ottave. Bisognerebbe vedere che è sortito fuori di bellino!»

Per chi volesse saperne di più il sito è estemporanearibolla.it

Puntata di Radio Terranave del 27/03/2015 [ascolta] a cura di Marzia Coronati
Trascrizione di Mariagrazia Besutti per Tropico del Libro

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