Quando lo scrittore si autopubblica e poi si fa giustizia da sé con i pirati digitali

Se lo scrittore si autopubblica e va anche a caccia di pirati digitaliE se anche in tema di pirateria digitale gli scrittori decidessero di fare da soli, cioè di farsi giustizia da sé? Terry Goodkind, autore fantasy di notevole successo tra gli amanti del genere, ha deciso di svergognare pubblicamente, additandolo nella propria pagina Facebook, un tale che stava piratando il suo nuovo ebook.

La vicenda inizia qualche giorno prima, quando Goodkind decide di autopubblicare il proprio libro un po’ misteriosamente dopo una carriera con Tor Books interrotta da una parentesi con Penguin. Il suo ebook – The First Confessor – viene messo in commercio su svariate piattaforme: Kindle, B&N, Kobo, ma un fan decide di caricare il libro digitale su vari siti web da cui lo si può scaricare senza spendere un centesimo. A quel punto lo scrittore lo rimprovera pubblicamente, pubblicando la sua foto e alcuni dati personali sul proprio profilo Facebook. Accompagnando l’atto con parole come «infamia».

L’aggravante, per il pirata, deriverebbe dall’ampio paragrafo dedicato da Goodkind sul proprio sito all’argomento pirateria a margine della pubblicità fatta alla nuova pubblicazione (come a dire: pirata avvisato…). Ecco alcuni passaggi salienti della «Nota sulla pirateria», così chiamata (il testo tra parentesi quadre e in corsivo è una sintesi di quanto scritto da Goodkind):

«Non si tratta solo di un questione morale e vorremmo che non fosse trattata soltanto come tale. Le vere preoccupazioni con la pirateria digitale sono:
– Controllo della qualità [qui si dice che i libri immessi in rete dai pirati sono di pessima qualità]
– Nessun aggiornamento [chi ottiene un libro pirata non ha poi diritto all’aggiornamento spesso immesso in commercio dall’editore o dall’autore]
– Non si supporta l’autore [lo scrittore che non trae frutti economici dal proprio lavoro sarà meno incentivato a proseguirlo, quindi anche a innovare formati ebook e relative protezioni, e meno disposto ad assumere persone che lo aiutino nel suo lavoro di scrittore professionista]

Dopodiché, si invita chi abbia comunque piratato il libro a spiegarne le ragioni all’autore tramite mail, il cui oggetto già preimpostato suona così: «I’m Not Going to Pay For it» («Non ho intenzione di pagare per il tuo libro»).

Proseguendo nella lettura della «Nota sulla pirateria», si trovano elencati i falsi miti che a dire di Goodkind sarebbero nati intorno alla pirateria digitale e che riportiamo concisamente di seguito:

– che la pirateria non sia furto (partendo dal falso presupposto che si diffonde una copia del libro e non l’originale);
– che la pirateria non sia illegale (invece lo sarebbe sotto vari punti di vista: violazione di copyright, violazione del marchio ecc.);
– che scaricare un libro da un sito pirata sia la stessa cosa che prenderlo in affitto in biblioteca (la quale paga l’editore per le copie che successivamente presta agli utenti);
– che la pirateria promuova la vendita dei libri (qui si dice che chi ottiene un ebook gratis piratandolo non avrà nessun incentivo a spendere dei soldi in futuro per acquistarlo, ma la spiegazione dimentica completamente di considerare l’effetto “pubblicitario” che alcuni riconoscono alla pirateria. È notizia di oggi, ad esempio, la decisione di un editore inglese, Osprey, di non applicare i DRM ai propri ebook in quanto «noi siamo un piccolo marchio editoriale indipendente e sappiamo che l’oscurità è un nemico molto più grande della pirateria per noi e i nostri autori […] Abbiamo le prove che le copie pirata si sono trasformate in acquisti»);
– fare gli ebook non costerebbe nulla e di conseguenza il loro prezzo sarà sempre percepito come troppo alto (Goodkind si dice d’accordo con l’affermazione che libri che costano troppo si rivelano un incentivo alla pirateria, ma sostiene che al contrario di quanto molti pensano un ebook abbia «enormi» costi di realizzazione, a partire dal tempo dedicato da uno scrittore alla stesura del libro, passando poi per il lavoro redazionale dei professionisti che lo porta alla forma finale);
– se un autore non vuole essere piratato, allora è meglio che non offra il proprio libro in formato ebook (l’affermazione non avrebbe valore perché la pirateria è sempre esistita, anche per i libri cartacei);
– che la pirateria non costituisce un furto perché il pirata non avrebbe acquistato il libro in ogni caso.

Infine Goodkind riporta il frutto di una ricerca ad hoc, realizzata dal suo staff durante il lancio del suo libro The First Confessor, sui motivi che spingono alla pirateria. Le domande sono state rivolte soltanto a coloro che piratano contenuti digitali, garantendo l’anonimato, per sapere anche quali provvedimenti potrebbero farli desistere dal loro comportamento illecito. Il risultato è ritenuto «sorprendente» e viene articolato in quattro motivi:

Primo: molti pirati sarebbero costretti a diventare tali dall’impossibilità di acquistare dei contenuti digitali, causa restrizioni geografiche, o scoraggiati dalla lunga attesa che separa l’uscita della versione cartacea da quella della sua versione ebook. Anche i DRM, poco graditi, sembrano istigare l’animo del potenziale pirata.
Secondo: chi già possiede il libro in formato cartaceo non è disposto a pagare un prezzo sia pur ridotto per l’analoga opera in formato digitale. In questo senso un pacchetto che preveda di poter acquistare un libro nelle sue varie forme potrebbe risolvere la questione. Goodkind sostiene di avere sollecitato inutilmente il proprio editore a compiere una simile operazione in occasione dell’uscita del suo libro The Omen Machine.
Terzo: alcune persone vogliono usufruire di un contenuto ma ritengono di non finanziare chi lo produce o commercializza, per motivi politici, etici o legati alla suggestione personale.
Quarto: vi sono delle persone che in nessun caso pagherebbero per i contenuti che piratano, in quanto sembra che il loro modello di consumo li spinga a ottenere gratis tutto quanto possono, legalmente o meno. Tuttavia secondo Goodking questa categoria assomma la più bassa percentuale di pirati

Dopo tutte queste considerazioni, le conclusioni di Goodkind sono che i primi tre motivi segnalati implicano una perdita di vendite per gli autori o gli editori, ma lui simpatizza con essi, in quanto ritiene che abbiano spesso ragione nei motivi che li hanno resi insoddisfatti e spinti poi alla pirateria:

«Il grosso della pirateria non è opera di anarchici, contestatori politici, persone che non intendono pagare per principio o veri e propri ladri. Viene invece perpetrata da consumatori che, avendo buone ragioni che li spingono, rendono tale pratica socialmente tollerata, attestandola in una sorta di zona grigia della legalità. La pirateria è quindi largamente accettata e si tende a entrare in empatia con chi la pratica. Tuttavia ignorare il problema significa lasciar svanire possibili vendite e mettere in conto i danni che quel furto provocherà. Campagne di comunicazione che fanno leva sull’aspetto morale sono solo una perdita di tempo e di denaro, e hanno solo l’effetto di istigare a piratare di più. Le soluzioni efficaci devono essere meno dispendiose e più intelligenti. Quello che serve è rendere un libro più accessibile (multipiattaforma e commercializzato in tutto il mondo fin da subito), prezzarlo in modo ragionevole, guadagnarsi il rispetto del pubblico facendo leva sui giusti argomenti, e come se ci si rivolgesse a ogni persona singolarmente. Dialogando e chiedendo opinioni, cercando di trovare soluzioni per quello che non funziona a dovere. E più di tutto occorre offrire un prodotto pensando a come lo vorreste voi e a quanto sareste disposti a pagarlo se foste voi a doverlo comprare. E assicurandovi che quello che state vendendo sia un prodotto che valga la pena comprare.»

Molte di queste argomentazioni sono senz’altro condivisibili e di buon senso, altre forse troppo perentorie. Resta non catalogata la forma di dissuasione della pirateria adottata in questa circostanza da Goodkind, con la gogna pubblica sui social nertwork, a dimostrare che l’autore avrebbe potuto risparmiarsela. Chissà, forse un simile comportamento rientra piuttosto in una pratica molto aggressiva (e di cattivo gusto) di marketing in occasione del lancio di un prodotto, piuttosto che configurarsi come lotta alla pirateria. Le reazioni (se ne parla in questo blog a partire dal post n. 265) sul web sono state molte, spesso decisamente ostili a Goodkind, tanto da far ritenere che questo braccio di ferro molto personale con i pirati potrebbe ritorcersi contro di lui.

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