Ebook, DRM e pirateria: questione di etica, ma quale?

Ebook, DRM e pirateria: questione di etica, ma quale?All’indomani dalla divulgazione dei dati secondo i quali la britannica The Publisher Association attribuiva il deficit del mercato librario alla pirateria, l’organizzazione di attivisti Defective by Design celebra la quarta Giornata Internazionale Contro il DRM, ossia una campagna globale contro le restrizioni elettroniche che impediscono il libero scambio dei contenuti digitali, fra cui anche gli ebook.

Ma la pirateria (che i DRM, per inciso, non sempre riescono a impedire) sarà davvero una minaccia così terribile per il futuro dell’editoria e, quindi, della conoscenza? Secondo il professor Christopher Ketty della University of California, Los Angeles, la risposta è no. In un editoriale pubblicato sul sito internazionale di Al Jazeera poco dopo la chiusura di Library.nu, il professor Ketty lamentava la perdita di una fonte di materiale testuale, anche scolastico, accessibile dalle zone più disagiate del mondo. «Gli utenti di Library.nu,» scriveva Ketty, «questi barbari alle porte dell’industria editoriale e dell’università, sono una legione. Vivono in tutto il mondo, ma specialmente in America del Sud e in America Latina, in Cina, nell’Europa dell’Est, in Africa e in India (…). Non sono poveri, ma nonostante questo non hanno molto denaro. Sono il vero 99% (in relazione all’1% euroamericano) (…). Library.nu rendeva possibile l’apprendimento laddove gli editori non l’hanno fatto. (…). L’industria editoriale che abbiamo oggi non può – o non vuole – consegnare i volumi [di noi accademici] a quest’enorme mercato globale di lettori che desiderano disperatamente leggerli».

Di tutt’altra opinione Ewan Morrison, autore del saggio socioeconomico Tales from the Mall che, in un articolo apparso su The Literary Platform introduce il concetto di ethical reading, o “lettura etica”, un approccio ai libri nel rispetto delle dinamiche dell’ecosistema editoriale. I suoi due principi fondamentali sono il rifiuto della pirateria e l’incentivo a “comprare locale”, ossia a rinunciare agli acquisti dalle grandi multinazionali per preferire quelli nelle piccole realtà indipendenti.
In un mondo in cui libri, musica e film sono ormai a portata di click, e in cui allo stesso tempo il consumatore si è fatto più cosciente di come le sue scelte di vita possono influenzare il sistema socioeconomico mondiale, è possibile assimilare la scelta di acquistare in libro su Amazon, o scaricarlo gratuitamente nel nome della libera conoscenza, a scelte personali compiute nel nome del “bene comune”, come quella di effettuare la raccolta differenziata o rifiutare l’acquisto di oggetti prodotti da fabbriche che sfruttano i propri dipendenti? Morrison ritiene di sì. E tuttavia, sempre nell’opinione dell’autore, sperare che i lettori, pur considerati appartenenti a una “categoria superiore” (Morrison arriva addirittura a identificarli tout court con la “classe media”) siano dotati di etica sufficiente da rinunciare a guardare un video su Youtube, acquistare un paperback usato (le cui royalties non vanno dunque all’autore) o scaricare gratuitamente un ebook è utopico quanto sperare che gli stessi rinuncino ai loro preziosi smartphone o laptop, pur sapendo che alcuni dei metalli in esso contenuti provengono da zone di conflitto come la Repubblica Democratica del Congo.

Un’opinione, dunque, che si pone in diretto contrasto con le battaglie anti-SOPA, PIPA e simili che hanno visto scendere in piazza gli internauti di tutto il mondo, nel nome della libertà di espressione e di conoscenza. Assimilabile, di contro, alla battaglia combattuta dagli autori francesi per evitare la “digitalizzazione coatta”, a opera del governo, delle loro opere non più disponibili in cartaceo.

In tutto questo c’è chi s’impegna con tutte le sue forze per costruire un’alternativa legale: a pochi giorni or sono risale l’incontro fra più di 400 bibliotecari, tecnici informatici e alcuni editori tenutosi presso l’Internet Archive di San Francisco per discutere il progresso dell’ambizioso progetto della Digital Public Library of America, ma la strada da percorrere è ancora lunga. La (futura) più grande biblioteca digitale gratuita degli Stati Uniti può già contare su più di 5 milioni di dollari di finanziamento da parte delle fondazioni Arcadia e Alfred P.Sloan., e il suo comitato di gestione è riuscito a stabilire con maggiore chiarezza alcuni dei suoi obiettivi, primo fra tutti il fatto che la DPLA andrà configurandosi come una rete distributiva di collezioni bibliotecarie digitali, piuttosto che come un deposito unico. Un team di programmatori di Harvard sta elaborando i codici che potrebbero fornire la base ai servizi della DPLA, ma la creazione di un prototipo funzionante per l’aprile del 2013 (scadenza autoimposta dagli organizzatori) è ancora tutta da vedere.

Immagine | Robert Shadbolt

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