Social Book, come nasce una biblioteca diffusa

Social Book, progetto per la creazione di reti di prossimità attraverso la condivisione delle biblioteche personali tra abitanti dello stesso quartiere, si unisce a Open Culture Atlas, piattaforma di geolocalizzazione culturale partecipata. Quello che ne nascerà è un “atlante dei libri” in possesso dei membri di Atlas che li vorranno condividere, atlante che entrerà in dialogo con le biblioteche di pubblica lettura, le biblioteche scolastiche e le iniziative di promozione della lettura. Abbiamo cominciato a chiedere ad alcuni bibliotecari cosa ne pensano, in attesa della presentazione al Convegno delle Stelline, a marzo. L’idea è comunicare questo progetto tappa per tappa, lasciandolo aperto ai contributi di quanti vorranno fornire indicazioni e commenti.

In occasione di CheFare 2012 vi abbiamo raccontato Social Book, progetto di social network che attraverso la condivisione delle biblioteche personali intende promuovere la lettura e stimolare la creazione di una comunità reale basata sull’incontro tra lettori spazialmente contigui (la presentazione creata dall’agenzia di comunicazione The Lab un anno fa).

«L’aspetto più innovativo del nostro progetto – ci aveva risposto il suo ideatore, Giancarlo Briguglia – risiede nella capacità di utilizzare la tecnologia per estendere la rete di conoscenze in profondità, non in ampiezza

Riparlando qualche settimana fa con Giancarlo, si è pensato di provare a pensare Social Book come progetto integrato alla piattaforma Open Culture Atlas. Atlante è un insieme complesso di mappe e per la mitologia greca è un titano costretto a sorreggere il mondo. La nostra idea è che per sostenere la cultura non servano titani, bastiamo tutti noi, se impariamo a cooperare.

Briguglia sul perché di questo sodalizio:

«Open Culture Atlas è un progetto di per sé molto interessante; ma c’è di più. Gli utenti a cui è rivolta la piattaforma ideata da Tropico del Libro sono potenzialmente sovrapponibili agli eventuali utilizzatori di Social Book. Inoltre la struttura di Open Culture Atlas, che geolocalizza strutture, eventi e utenti, è ideale per supportare il network di condivisione dei libri di Social Book e per ampliare, in sinergia con biblioteche e librerie, i servizi rivolti all’utenza.»

Rispetto alla sua idea di Social Book, in quest’ultimo anno sono nate alcune esperienze affini, come Social Street, il cui obiettivo è «socializzare con i vicini della propria strada di residenza al fine di instaurare un legame, condividere necessità e conoscenze, portare avanti progetti collettivi di interesse comune e trarre quindi tutti i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale». Giancarlo ricorda anche la biblioteca di condominio in via Rembrandt, a Milano: «Iniziative del genere ritengo siano nodi attorno ai quali si può creare una più ampia rete di prossimità sociale: il prestito di libri tra piccole biblioteche personali è una pratica che può realmente diffondersi se si intreccia alle spontanee iniziative nate nei quartieri, nelle città

Eusebia Parrotto, bibliotecaria della Biblioteca comunale di Trento, sostiene con convinzione Social Book. Pensa che «oltre all’aspetto social, l’elemento vincente del progetto è che può valorizzare la peculiarità delle biblioteche personali … Le biblioteche personali sono spesso “specialistiche”, ma di una forma di specializzazione diversa dalle “biblioteche specialistiche” di istituti o università: a un certo punto nelle biblioteche pubbliche i libri obsoleti si scartano perché devono far posto a raccolte aggiornate e appetibili dagli utenti. Una biblioteca pubblica deve accontentare un po’ tutti e per forza non approfondisce più di tanto. Però gli utenti curiosi ci sono. Quelli che si appassionano e vogliono approfondire sono molti di più e tipologicamente molto più vari di quello che si crede. Persone con una cultura di base minima che si appassionano di archeologia o di informatica o di biologia o di scacchi. Casalinghe appassionate di poesia. Professoroni che vogliono diventare esperti di razze canine. E così via. Dare a queste persone la possibilità di trovare il libro che cercano e che non trovano in biblioteca e, insieme a questo, se lo vogliono, anche di incontrare una persona con i loro stessi interessi, o magari anche solo con l’interesse per quell’unico libro in comune, mi sembra una cosa bellissima. Non so se ti è mai capitato di seguire la Caccia al libro di Fahrenheit, hai notato quanto sono appassionanti le brevissime chiacchierate fra chi offre un libro e chi lo cerca, quando si trovano: per pochi minuti due sconosciuti si ritrovano a condividere una passione, un’esperienza di lettura con una potenza che coinvolge qualunque ascoltatore. Penso che il vostro progetto potrebbe creare occasioni come queste, che ciascuno è libero di scegliere ovviamente. Se uno non vuole socializzare o condividere può semplicemente prestare/prendere in prestito il libro e va bene lo stesso.»

Ma l’entusiasmo per quello che immaginiamo possa accadere con Social Book non deve certo farci dimenticare le sfide che andranno affrontate:

1) La reticenza dei lettori a catalogare i propri libri: «già, perché dovrei catalogare i miei libri?»
Innanzitutto per il piacere di diffondere il più possibile la possibilità di conoscere, e di fare conoscere, sia i pensieri e le informazioni stampigliate in un libro sia le persone che a quei pensieri e a quelle informazioni ci hanno fatto arrivare. Al semplice strumento di ricerca si affiancheranno percorsi di lettura creati a partire dalla soggettazione dei libri condivisi; ovvero, i collegamenti tra i libri, i modi con cui si arriva a un certo libro e al suo possessore, non saranno affidati al caso o alla statistica (come lamenta il blogger Luigi Gavazzi: «non mi interessa che il sito mi proponga un calcolo di affinità tra gli iscritti o che mi dica quanti dei miei amici sono in possesso del mio stesso libro; non voglio sapere in quali gruppi compare un certo volume, perché si tratta di informazioni decontestualizzate…»). Quel che darà il vero valore al social network saranno le bibliografie, studiate con la consulenza di bibliotecari professionisti, come suggerisce Pierfranco Minsenti, bibliotecario digitale dell’Università IUAV di Venezia.

2) La reticenza dei lettori a duplicare i propri archivi digitali: «ho già i miei libri su aNobii, chi me lo fa fare?»
Chi usa già con soddisfazione (di solito mai totale) uno dei social network come Goodreads potrebbe non avere voglia e tempo di creare una lista da zero. Di certo è prevista la possibilità di esportare da quei social i propri archivi e importarli su Social Book. Ma qui potrebbe sorgere comunque un problema, ad esempio per Andrea Zanni, bibliotecario digitale e wikimediano, con cui abbiamo chiaccherato: nell’export da aNobii si perdono le date di inizio e fine lettura, a cui Andrea tiene molto. Il punto è che se non ha senso porsi in competizione con aNobii & co: si può solo cercare di distinguersi, e fare benissimo almeno una cosa che per le persone è necessaria – che sia trovare i libri giusti o trovarsi, sentendosi parte di una comunità basata sul mutualismo e la partecipazione alla costruzione collettiva di senso di cui non possa avvenire mercimonio (parliamo del fatto che Atlas è un progetto no profit di un’associazione di promozione sociale aperta a tutti).

3) La reticenza dei lettori a prestare i libri a sconosciuti: «e se poi non me lo restituiscono?»
Minsenti ricorda a proposito il modo di dire «Gli unici libri che ho nella mia biblioteca sono quelli che mi hanno prestato»… Allora quello che le biblioteche potrebbero fare, se volessero, è porsi come “garante” – suggeriva anche Antonella Agnoli –, ovviamente «senza che questo diventi un aggravio per il personale». Zanni visualizza un possibile percorso: Atlas manda il file xml con i dati dei libri dell’atlante suddiviso per porzioni di territorio alle biblioteche interessate, le quali li inseriscono in un catalogo speciale; la biblioteca si impegna a mandare l’avviso di scadenza del prestito e si prende l’onere del controllo documento. Per qualsiasi metodo si opterà, di comune accordo con le biblioteche interessate, servirà un piccolo ma importantissimo atto di fiducia: riuscire a mettere in comune ciò che rimane di nostra proprietà è un grande passo per il nostro vivere civile.

4) La disponibilità delle biblioteche a cooperare: «hai idea di quanto poco tempo ho per far tutto?»
La biblioteca abbiamo detto potrebbe diventare luogo di scambio, facilitare le cose, vedendoci l’occasione per costruire un “capitale” di conoscenze e relazioni da sfruttare per l’attivazione di pubblico (partecipazione dal basso, condivisione di diritti e doveri, costituzione di gruppi di lettura, ecc.). Come diceva Agnoli: «In questo momento abbiamo bisogno più che mai di solidarietà e partecipazione dalle persone. Non solo come persone che vengono a prendere un libro o a partecipare a un’iniziativa, ma persone che sentono quel luogo come loro perché ci hanno messo qualcosa di sé».

5) La presenza non uniforme sul territorio di biblioteche: «in assenza di biblioteche che si fa?».
Social Book funzionerebbe anche meglio dove le biblioteche non ci sono (Roma è un caso significativo), o dove funzionano male, incapaci di dialogare con il proprio territorio o con apertura a singhiozzo: purtroppo queste zone in Italia sono tante. La bella notizia è che i lettori forti sono ovunque, e ovunque c’è qualcuno a cui piacerebbe avere maggiore accesso al patrimonio di conoscenza dato dai libri (e dai loro portatori).

Per approfondire questo discorso vi invitiamo a discuterne nei commenti o a parlarne di persona al Convegno delle Stelline, intitolato quest’anno “Biblioteche connesse”: numerosi gli incontri da seguire; ci siamo anche noi, venerdì 14 dalle 10 alle 13, per la tavola rotonda “Talked to each other”.

Per dare un sostegno anche a questo progetto esprimi il tuo voto qui, due click per noi importanti.

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6 pensieri su “Social Book, come nasce una biblioteca diffusa”

  1. Salve,

    mi chiamo Martina Melgazzi e sono una studentessa bresciana di Lettere Moderne, nonché blogger di scrittura creativa e di diffusione di eventi culturali. Sul mio blog ho già avuto modo di parlare del progetto di Open Culture Atlas (al quale sono iscritta) e della vostra partecipazione al premio CheFare. E’ possibile avere delle ulteriori informazioni sul progetto Social Book e sui suoi collegamenti con Atlas e con le biblioteche di pubblica lettura e non? Sarebbero delle informazioni interessanti per elaborare un articolo per il mio blog e, magari, anche per la rivista giovanile per la quale scrivo, Storie Cultural Pop. Inoltre, è un argomento che mi stimolerebbe molto in una mia eventuale tesi triennale al riguardo.

    Vi ringrazio per la cortese attenzione e vi auguro un buon lavoro.

    Martina Melgazzi

  2. Salve, ho letto con piacere il vostro articolo su Social Book.
    La trovo un’idea straordinaria e reputandomi un lettore fondamentalista e sostenitore della lettura, mi farebbe piacere avere delle ulteriori informazioni sul progetto Social Book; s’è già partito e magari in quale città piuttosto che i riferimenti web.
    Vi ringrazio e vi faccio i complimenti.

    Luca

  3. Salve Luca, e grazie dell’entusiasmo. Social Book è ancora una bozza di progetto, ma se si iscrive alla newsletter (iconcina lettera in alto a destra) verrà prontamente aggiornato sui prossimi passi:)

  4. Salve,

    siamo un gruppo di studenti del corso di laurea magistrale in “Organizzazione e gestione del patrimonio culturale e ambientale” dell’Università Federico II di Napoli. Collaboriamo insieme in un project work dedicato alle imprese di social innovations. Basandoci sulle nostre esperienze personali in ambito bibliotecario, stiamo pianificando e studiando teoricamente un’iniziativa di “Biblioteca Sociale Diffusa”. Per confrontarci con esperti di diversi settori disciplinari, abbiamo caricato il nostro progetto sul portale Kublai, un importante incubatore di idee (http://www.progettokublai.net/progetti/bookbusters/). È qui che un utente ci ha segnalato il Vostro progetto. Saremmo molto lieti di presentarVi con precisione le nostre idee, conoscere i Vostri pareri e le Vostre esperienze e confrontarci sull’argomento.

    RingraziandoVi per la cortese attenzione, Vi auguriamo buon lavoro.

    Gruppo di lavoro “BookBusters – Biblioteca Sociale Diffusa”

  5. Volentieri, se volete scriveteci via email (tropico@tropic…) e ci mettiamo d’accordo per sentirci. Comunque informiamo voi e i lettori che l’idea ora la stanno sviluppando anche altre due realtà: Fred e aNobii-Mondadori. Per quanto riguarda Social Book abbiamo fatto qualche riflessione, e ancora ne stiamo facendo, si può dire che vogliamo prendercela molto ma molto calma. Il bello di non essere una startup. Buon lavoro a tutti!

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