#svegliamuseo, l’esperienza è parte integrante dell’estetica

#svegliamuseo trova in Tropico del Libro / Open Culture Atlas un alleato per il suo progetto che mira al miglioramento della comunicazione da parte dei musei italiani. Più che un dialogo interrotto con il proprio pubblico, c’è un dialogo tutto da costruire, per quanto possibile passando per i social network, come stanno facendo svariati musei in altre parti del mondo.

“Abbiamo il patrimonio artistico più grande e meno valorizzato al mondo”. Quante volte è capitato di sentire questa frase negli ultimi venti anni? Quante dichiarazioni da parte di ministri? Quante denunce da parte di intellettuali? Quante chiamate d’aiuto da parte di curatori e direttori museali? E, nel frattempo, le collezioni e i siti archeologici italiani continuano a fare la parte delle belle addormentate nel panorama europeo e intercontinentale. Quello dell’arte in Italia è il più classico dei casi “potrebbe, ma non si applica”. Non è una lamentela fine a se stessa, tipica di quella cultura del piagnisteo che ci contraddistingue soprattutto quando si parla di arte e di cultura (tanto che scagli la prima pietra chi non si è mai lamentato dei “troppi turisti” nelle grandi città). Né è banale esterofilia dire che, ogni volta che ci si trova all’estero, i musei sono piacevoli, accoglienti e ben organizzati.

L’esperienza è parte integrante dell’estetica e una brutta visita può rovinare il più grande capolavoro. Una cattiva abitudine che è figlia di due atteggiamenti snobistici che hanno proliferato fin troppo a lungo: da una parte l’adagiarsi sugli allori, il sentirsi troppo a lungo i primi della classe grazie a un’eredità importante quanto ingombrante, e l’idea che la cultura e l’arte siano settori troppo nobili per sporcarsi le mani con la comunicazione e il marketing.

Invece, verrebbe proprio da dire, da grandi collezioni derivano grandi responsabilità. Proponendo un piglio molto interessante proprio perché volto più a motivare che a criticare, a porgere una mano più che a puntare il dito, da qualche mese è nato un progetto di valutazione della comunicazione museale. Si chiama #svegliamuseo e quell’hashtag in capo fa capire come il tipo di promozione e valorizzazione delle collezioni si riferisca principalmente al mondo digitale e ai reticoli universali e pervasivi dei social network. È un progetto promosso da una piccola squadra composta da giovani esperti di arte, archeologia e media digitali ed è basato su un concetto fondamentale che i nostri grandi artisti del passato hanno scoperto molto prima di noi: per diventare grandi, cominciate imitando i maestri.

I maestri, in questo caso, sono i musei stranieri che utilizzano il web in maniera efficace e interagiscono in modi diversi con grandi community di sostenitori. Gli “apprendisti” sono quei musei italiani che aspirano a compiere questo passo nel mondo digitale al fine di non diventare, secondo il gioco di parole da loro stesse usato, “pezzi da museo”.
Per farlo, gli ideatori di #svegliamuseo — Francesca De Gottardo, Aurora Raimondi Cominesi e Alessandro D’Amore — stanno realizzando una serie di interviste ai manager addetti alla comunicazione (una figura da noi semi-sconosciuta) dei musei stranieri su come funzionano i loro dipartimenti, quante persone contengono e quali iniziative specifiche promuovono per ogni canale social (Facebook, Twitter, Pinterest, Strorify, ecc.). Dall’altra parte sono stati invitati alcuni musei italiani a sperimentare i suggerimenti forniti dai colleghi internazionali.
Hanno aderito in molti: fra i musei “maestri” il Getty Museum di Los Angeles, lo Smithsonian di Washington DC, il Prado a Madrid, il Minneapolis Institute of Arts, il Rijksmuseum di Amsterdam, lo Statens Museum for Kunst di Copenhagen e l’Horniman Museum di Londra. Fra gli italiani che si sono prestati a fare da “apprendisti”, invece, ci sono il Museo Civico di Maglie (Lecce),il Museo dell’Alto Tavoliere di San Severo (Foggia), il Museo della Lavanda di Carpasio (Imperia), i Musei Civici di Jesi, il Museo Diocesano di Torino e il Museo Regionale di Caltanisetta.

Un esempio? Il Prado, il più grande e famoso museo dei cugini spagnoli, ha capito che ad ogni canale social corrisponde una diversa strategia, ma che ognuno di questi percorsi deve trovare un modo per integrarsi e stratificarsi con gli altri (contest su Facebook che rimandano alla scheda dell’opera; discussioni su Twitter che vengono ricostruite linearmente su Storify, solo per fare due esempi). Per fare questo lavoro esistono persone qualificate e specificamente dedicate che lavorano in sinergia con programmatori e designer, non giovani tirocinanti a cui affidare in blocco, fra una catalogazione e l’altra, l’intera strategia e realizzazione del “digitale”, questo sconosciuto.
Inoltre, per implementare la parte tecnologica e sviluppare software adatti a diffondere il patrimonio artistico tramite open data, musei come il Prado non hanno paura a rivolgersi alle grandi aziende di elettronica come “collaboratori tecnologici” e sponsor attivi.

Risultati come questi appena accennati convergeranno presto in un ebook rivolto a curatori, responsabili e operatori dei musei italiani, nonché a tutti i numerosi giovani studiosi di comunicazione dei beni artistici.
Attraverso un accordo di cooperazione che speriamo continuativa e foriera di nuove iniziative, Tropico del Libro / Open Culture Atlas ha deciso di contribuire alla creazione di questo “vademecum” per rendere più dinamico e vitale il patrimonio dei musei. Il progetto rientra nella nostra idea di far convergere in pubblicazioni periodiche alcune note a margine di particolare valore sulle trasformazioni dei vari settori professionali della cultura. L’impresa, iniziata con il Kit di sopravvivenza del lettore digitale co-prodotto con Quintadicopertina, oltre a l’ebook co-prodotto con #svegliamuseo, in previsione si arricchirà di una pubblicazione dedicata al mestiere di libraio e una dedicata all’accesso al mercato del lavoro editoriale, per i quali stiamo ancora valutando possibili partner.
Nell’ebook si approfondiranno i vari elementi che costituiscono il percorso di visita del museo anche al di fuori delle sale che ospitano le collezioni: dall’organizzazione del sito web ai diversi utilizzi dei social, dalla costruzione di una comunità al resoconto tanto della storia del museo che delle esperienze degli avventori.

«Siamo veramente felici — dice Aurora Raimondi, consulente museale del gruppo — di poter entrare a far parte di una realtà valida come quella del Tropico del Libro e di poter contribuire al progetto di Open Culture Atlas, di cui condividiamo il target di riferimento e di cui non possiamo che apprezzare la volontà di aprirsi ai musei e di rappresentare un ulteriore mezzo di diffusione (intelligente) della nostra cultura. Siamo certi, inoltre, che l’esperienza e la professionalità dei “tropicani” farà del nostro ebook un prodotto d’eccellenza – sarà anche grazie a loro se i musei non avranno più scuse per non “svegliarsi”!»

Open Culture Atlas a giorni si aprirà proprio ai musei, con nuove categorie dedicate: invitiamo tutti gli addetti ai lavori di registrarsi, in attesa di poter caricare (e cercare) mostre ed eventi affini sulla piattaforma.

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2 pensieri su “#svegliamuseo, l’esperienza è parte integrante dell’estetica”

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