Il copyright e le sue eccezioni al tempo dell'informazione a pagamento

Il copyright e le sue eccezioni al tempo dell'informazione a pagamentoVittoria per l’Associated Press nella battaglia sul copyright contro la società norvegese Meltwater: una corte federale degli Stati Uniti ha decretato che l’uso che Meltwater faceva delle notizie dell’AP non ricade nell’ambito del fair use. Quali le implicazioni?

Si è pronunciata in favore dell’Associated Press la corte federale statunitense chiamata a decidere se la società norvegese Meltwater potesse legalmente riprendere le notizie dell’agenzia di stampa e inoltrarle ai suoi clienti sotto l’egida del fair use.

Meltwater, fondata nel 2001, è una società di media monitoring che cerca sulla rete notizie che riguardino i suoi clienti (fra i quali si contano grandi aziende e governi), per poi inoltrarle loro sotto forma di newsletter, permettendo inoltre la consultazione del suo archivio di news. L’Associated Press aveva richiesto un compenso per l’uso dei suoi contenuti ripresi da Meltwater, ma la società norvegese, paragonando le sue attività a quelle di qualsiasi motore di ricerca, obiettava che esse ricadevano nell’ambito del fair use e che dunque non erano perseguibili. Il caso aveva diviso le comunità editoriali e tecnologiche, con l’Electronic Frontier Foundation schierata al fianco di Meltwater e varie testate, il New York Times in primis, intervenute a sostegno dell’Associated Press. Netta la decisione del giudice Denise Cote: in base alla natura e alla quantità del materiale ripreso, il giudice ha decretato che Meltwater non si comporta come farebbe un motore di ricerca, rimandando gli utenti alle fonti che riprende, ma funziona come un loro concorrente vero e proprio, con l’effettivo risultato di rimpiazzarle. L’esame della corte, in particolare, ha evidenziato che appena lo 0.08% degli utenti di Meltwater cliccava sui link delle fonti, rispetto al 56% dei clic mediamente accordati alle fonti riprese da Google News. Ciò si traduceva in un danno economico nei confronti dell’Associated Press, circostanza che non ha permesso di considerare legittima la difesa del “fair use” intentata da Meltwater.

Per rinfrescarci la memoria e comprendere meglio la vicenda, consultiamo la definizione che il Merriam-Webster offre per il concetto di “fair use”: «una dottrina legale secondo la quale porzioni di materiale protetto da diritto d’autore possono essere utilizzate senza il permesso del detentore del diritto, premesso che l’uso che se ne fa sia equo e ragionevole, non pregiudichi in modo sostanziale il valore dei materiali, e non decurti i profitti che il proprietario può ragionevolmente attendersi.» Al fine di determinare se il principio del “fair use” sia applicabile, i tribunali statunitensi esaminano i vari casi basandosi su quattro fondamentali fattori:

  • l’obiettivo e il tipo di uso che si fa del materiale (ad esempio, se un’opera sotto diritti viene citata o trasformata con intento critico o parodistico);
  • la natura del materiale (il fair use si applica più facilmente a informazioni da cui il pubblico possa trarre beneficio, ad esempio per scopi didattici);
  • la percentuale dell’opera che viene ripresa;
  • l’effetto dell’uso dell’opera sul suo potenziale mercato.

Le newsletter di Meltwater, sottoposte alla suddetta analisi, sono state giudicate in difetto: «Parafrasando James Madison, il mondo è in debito con la stampa per i trionfi che sono stati ottenuti dalla ragione e dall’umanità contro l’errore e l’oppressione (…). Consentire a Meltwater di raccogliere i frutti delle fatiche dell’AP per suo personale profitto, senza compensare l’AP stessa, ne danneggia la capacità di portare a termine la sua essenziale funzione democratica» si legge nella sentenza emessa dalla corte federale newyorchese.

Parole particolarmente significative, in un momento in cui i giornali online (quelli anglofoni soprattutto) sembrano più decisi che mai a difendere i loro contenuti, soprattutto innalzando o rafforzando la classica barriera del paywall. Il New York Times è di recente riuscito a sconfiggere un bookmarklet, noto come NYClean, che permetteva di oltrepassare impunemente il limite fissato a dieci notizie gratuite. Alla lettura a pagamento sta per convertirsi il Washington Post; e anche il Telegraph, nel Regno Unito, ha annunciato la scorsa settimana l’attivazione di un paywall che scatti automaticamente, per i lettori che si collegano da paesi stranieri, dopo la fruizione di venti articoli.

Nell’ambito di questa battaglia all’ultimo clic, Meltwater potrebbe ora essere costretta a pagare fino a 150.000 dollari per ciascuno dei 33 articoli dei quali, secondo la corte, ha violato il copyright. Ma la società ha fatto sapere che ricorrerà in appello per salvaguardare «gli altri motori di ricerca e i servizi che da tempo fanno affidamento sui principi del fair use per i quali Meltwater sta combattendo».

Le implicazioni della faccenda, com’era prevedibile, vanno infatti ben oltre il destino di Meltwater. Da tempo lo stesso Google è impegnato in acrobazie per trovare soluzioni con gli editori di giornali dei vari paesi europei, scontenti del trattamento riservato ai loro articoli. Nell’autunno del 2012 l’Italia, assieme a Francia e Germania, avanzava la richiesta che Google pagasse per il suo utilizzo degli articoli delle testate online: l’intenzione iniziale degli editori era quella di fare pressione sui rispettivi governi per una chiara soluzione legislativa, ma la società ha preferito battere la strada delle collaborazione commerciale diretta. Accordi “di pace” in questo senso sono già stati firmati in Belgio e Francia, dove gli editori hanno fatto marcia indietro a fronte di fondi per l’editoria digitale da milioni di euro e collaborazioni con Google legate all’ottimizzazione della pubblicità.

L’ultimo ad avanzare richieste di pagamento per le sue notizie è stato il Portogallo: «La nostra posizione in merito al contenuto è che deve essere compensato (…) Siamo decisi a far sì che Google News paghi per l’uso che fa delle nostre notizie» ha dichiarato all’agenzia Reuters Alberto Fernandes, rappresentante della Confederação Portuguesa dos Meios de Comunicação Social. Google e i media portoghesi sono impegnati in una serie di incontri sul tema, ma nulla è stato ancora definito. Così come non si ha ancora notizie di un patto per l’Italia, benché l’annuncio delle soluzioni belga e francese sia stato accolto dalla nostra Fieg in toni positivi. È presumibile che Google prosegua la strategia già attuata con successo in vari paesi d’Europa, ma una riflessione sulle esistenti leggi sul copyright in relazione all’innovazione in costante divenire (si vedano anche le recenti vicende dell'”usato digitale” negli Stati Uniti) sarebbe comunque necessaria. Alcune parti (come l’art. 70) della legge 633/1941 sul diritto d’autore del nostro paese tutelano l’utilizzo di stralci di opere protette in quella che è stata definita una «riproduzione sostanziale» del principio del fair use, dunque solo per scopi informativi, critici o personali, senza fine di lucro né obiettivo concorrenziale con l’opera originale. La Germania, dal canto suo, sta portando avanti un emendamento che vorrebbe costringere gli aggregatori a pagare per le notizie che riprendono (la Leistungsschutzrecht für Presseverleger, anche nota come “Google Tax”); ma la versione “light” della proposta, recentemente approvata dal Bundestag e ora diretta all’esame della seconda camera del Parlamento tedesco, pur continuando a consentire le operazioni di Google, potrebbe invece ripercuotersi negativamente sugli aggregatori minori.

Le decisioni in materia, difatti, non riguardano soltanto i pezzi grossi come Google, ma anche e soprattutto i pesci più piccoli, di certo non meno agguerriti. Si è molto parlato, anche in Italia, del britannico Nick D’Aloisio, giovane creatore di un’app capace di riassumere contenuti dal web per la fruizione sul proprio cellulare. L’app di D’Aloisio, chiamata Summly, è stata da poco acquistata da Yahoo per la presunta cifra di 30 milioni di dollari, e il ragazzo inizierà a lavorare negli uffici londinesi dell’azienda mentre termina gli studi (ha 17 anni). Al di là dei sensazionalismi legati alla giovane età del suo inventore, rimane il fatto che Summly, e ora dunque Yahoo, offre un servizio per molti versi simile a quello per cui Meltwater si è trovata in cattive acque: simile anche se non identico, grazie a un algoritmo che non riprende pedissequamente le notizie, ma le rielabora con un linguaggio diverso. Basterà a superare l’esame del fair use, nel caso in cui qualche giornale o agenzia di stampa decidesse di seguire l’esempio dell’Associated Press? Non resta che aspettare e vedere.

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